Imparare a scrivere… ricopiando!

tecniche di scrittura

Si diventa scrittori anche grazie ai libri che abbiamo letto

Pensa con la tua testa, sii originale, questa non è farina del tuo sacco. 

Che sia il ricordo della prof d’italiano o quella vocina malefica nella testa che si fa viva ogni qual volta che state per scrivere qualcosa, in ogni caso, sapete di cosa sto parlando.

C’è sempre stata questa idea dominante di ricercare l’originalità assoluta, il timore del plagio e della banalità quando si scrive. Ma leggere molto, ispirarci a grandi scrittori e alle loro opere, non può che impreziosire le nostre conoscenze. Non si tratta di copiare, né di emulare, ma di apprendere per poi diventare. Farci positivamente influenzare da quei libri che ci hanno resi degli appassionati lettori.

Un manuale di scrittura insolito: Seminario sui luoghi comuni

A questo proposito, oggi vi parlo di un libro che ho appena terminato e che può farvi sentire più leggeri e spensierati quando cercate ispirazione. Una guida alla scrittura composta dai brani di un corpo docente d’eccezione, ovvero, illustri scrittori di classici.

L’autore di Seminario sui luoghi comuni, Francesco Pacifico, ci racconta come, ricopiando i brani delle sue opere preferite, ha saputo poi addentrarsi nelle tecniche narrative, individuare i segreti di grandi autori e osservare con la lente d’ingrandimento della consapevolezza i classici della letteratura.

La tecnica adottata da Pacifico è molto interessante. “Appropriarsi” delle parole altrui per imparare e far propri incipit, alcuni passaggi geniali, dialoghi, descrizioni e altre memorabili meraviglie letterarie, ricopiando i passaggi che più sono rimasti nel cuore, hanno destato ammirazione o, talvolta, invidia.

Ogni aspirante scrittore si chiede innumerevoli volte come si diventa un vero scrittore. Il consiglio più inflazionato, ma anche più ragionevole, è quello di scrivere. Scrivere tanto.

Ricopiare rafforza la nostra capacità di ricordare e di conoscere

Ma il processo di leggere e ricopiare, specialmente a mano, con carta e penna, un brano significativo, è una tecnica mnemonica, a mio avviso, molto efficace.

Quando studiavo, e tutt’ora quando seguo dei corsi di formazione, scrivo, prendo appunti, disegno schemi, sottolineo… e copio frasi, citazioni o interi brani. Mi aiuta molto a riflettere sul contenuto, ad analizzarne la forma, lo stile, la scelta terminologica. 

Ai miei allievi dei corsi di lingue consiglio sempre di scrivere, fare glossari e insisto molto sugli esercizi di produzione scritta, anche se siamo ormai più abituati a digitare su una tastiera che a impugnare una penna. Il nostro cervello, ritornato a una modalità più analogica e materica dell’apprendimento, ricorda meglio ciò che ha letto e assimila un maggior numero d’informazioni.

Per me sarebbe meraviglioso poter ricordare a memoria interi brani dei romanzi o poesie che ho amato. Ma anche raccoglierli trascritti in un taccuino ha la sua forte valenza. 

Onorare l’opera di un autore può avvenire anche attraverso l’umile gesto di trasferire un’altra volta su carta, quelle parole così ben assortite e ordinate.

E chissà che sia possibile, riuscire ad accorciare così la distanza tra le nostre e quelle parole, che la nostra grafia ci possa restituire l’idea che anche noi, aspiranti scrittori, un giorno riusciremo a scrivere qualcosa degno di essere letto e ricordato.

Quali parole di Pacifico “ruberei” volentieri?

La scrittura è come uno strumento musicale di legno. Serve un buon legno per avere un bel suono. Hai delle melodie in testa, che sono le storie della tua vita, ma le devi suonare con uno strumento: la tua lingua, la sintassi, un lessico. Serve un legno che sia buono e che sia quello adatto alla tua melodia. Devi fabbricarti lo strumento da solo, con il legno giusto, andandotelo a cercare nei boschi della grande letteratura, trovando gli alberi giusti, i classici giusti.

SOS imprevisti: il mio kit di sopravvivenza

Si chiamano così, imprevisti, sostantivo maschile plurale, negativo (in-) del participio passato di prevedere, vedere prima. Qualcosa di inatteso, che non avevamo pensato potesse accadere o che mai avremmo potuto aspettarci.

Ci sono gli imprevisti belli, come le sorprese, le nuove scoperte, un bel colpo di fulmine. Ma no, non parleremo di questo, bensì di quegli eventi che, pur non essendo stati pronosticati, si manifestano. E nei momenti peggiori, di solito.

Prima o poi arrivano: la caldaia che si rompe a metà gennaio, il bambino che si ammala e sta assente da scuola una settimana (e tu lavori da casa), la macchina che ti lascia a piedi mentre stai andando ad un appuntamento importante.

Non c’è nulla che li può fermare. O forse sì.

Il mio kit di sopravvivenza contro gli imprevisti

Con mio grande stupore, vengo spesso definita una persona che sa gestire bene gli imprevisti. “Vorrei essere calma e pacata come te”, “Brava, hai risolto il problema senza andare nel panico”, “Vorrei essere come te”. No, non vorresti, fidati.

Non sono per nulla calma e pacata: nei momenti di crisi mi vedi ferma e impassibile come una statua di marmo perché altrimenti e mi sgretolerei nel vento come Lord Voldemort nei Doni della Morte.

Mentre cerco di analizzare un problema alla volta, di inspirare ed espirare, di stare nel qui e ora, di visualizzare un prato in fiore in cui scorre un fresco ruscello, sono nel panico più totale.

Nella vita, come nel lavoro, però bisogna trovare delle soluzioni, pratiche e semplici, per portare a casa la giornata, quando tutto ti rema contro, anche il cane che va tempestivamente portato dal veterinario.

Ecco il mio kit: bende e cerotti più che una bacchetta magica. Ma cosa ci volete fare, io giocavo nei boschi con i maschi alle giovani marmotte.

Materiale cuscinetto

Ci sono periodi in cui il lavoro è poco e i tempi sono dilatati, altri, invece, in cui i diversi progetti si accumulano uno sull’altro e si respira a fatica. Ed è proprio in questo secondo periodo che si presenta l’influenza intestinale o tuo figlio scambia il giorno per la notte.

Cosa fai? Tagli il superfluo, chiedi al cliente di spostare la consegna, rinunci a scrivere sul blog. Che rabbia, però. Col tempo ho imparato a preparare del materiale cuscinetto quando di tempo ne ho, faccio un po’ come la formica che in estate mette da parte le provviste per l’inverno. E l’inverno arriva sempre, parola di Jon Snow.

Di che si tratta: butto giù idee per post, scrivo articoli che vorrei pubblicare, faccio foto, scrivo mail di risposta che possono tornarmi utili. E metto in ordine tutto il materiale raccolto così da ritrovarlo nel momento del bisogno.

Il preventivo intelligente

Altra lezione imparata con l’esperienza, il preventivo intelligente. Quando indico la data di consegna per un lavoro di scrittura, traduzione o editing, mi tengo un po’ larga, cioè includo un giorno o delle ore extra, a seconda dei casi. In poche parole non faccio più la splendida o l’eroina che, pur di essere competitiva, cercava di offrire tempistiche velocissime a tutti i costi. Una certa dose di saggezza e diverse emicranie insegnano, invece, che un lavoro fatto bene, richiede il giusto tempo. Si tratta di fare bene i calcoli e preventivare qualche perdita di tempo lungo la strada.

Riserve energetiche

I tempi morti servono, anzi sono indispensabili. Invece di trovarmi a tutti i costi una qualsivoglia occupazione, quando posso, prendo una mattina libera, pranzo con un’amica, prendo la roulotte e vado via qualche giorno con tutto il mio branco. Lo ammetto, non è una passeggiata: dopo mesi in cui il cervello e il fisico sono stati sottoposti a continui stimoli, staccare la spina e godersi la lentezza di una giornata off è incredibilmente difficile.

I social, che di solito occupano anche 2-3 ore della mia giornata, il fine settimana li metto in pausa. Tutta energia e vita guadagnata, che mi serviranno quando avrò bisogno di un’immensa forza di volontà per impostare la sveglia alle 4:30 del mattino.

Rete e relazioni

Noi freelance, lavorando in proprio, spesso crediamo che siano sempre tutti fattacci nostri e di dover sbrigarcela da soli, nel bene e nel male. Non è necessariamente così, anzi, possiamo essere dei professionisti migliori se sappiamo creare una buona rete di collaboratori e colleghi a cui chiedere una mano nei momenti di bisogno.

Vi garantisco che avere un collega a cui affidare parte del lavoro o a cui chiedere di revisionare ciò che stai per consegnare, nei momenti di stress con contrattempi improvvisi, è ossigeno puro. Ed è altrettanto gratificante poter dare una mano ad un amico/a e restituire il favore.

Ultimo ma sempre primo anche quando è ultimo… il caffè

Scherzo. Il caffè, certo, non può mancare. Ma non intendo la mera bevanda a base di caffeina. Intendo, piuttosto un gesto o un rituale che aiuta a decomprimere nei momenti di panico da imprevisto.

Fare una pausa per coccolare il gatto, per bere una tazza di caffè bollente o passeggiare al parco (o tutte e tre), mi fa prendere le distanze con il problema del momento, vedere le cose più chiaramente, per poi potermi sedere di nuovo alla scrivania e fare l’elenco delle priorità.

Mio padre è un medico di base, tra i miei giochi di bambina avevo sempre una valigetta del pronto soccorso con stetoscopio, garze, cerotti e tutto il necessario. Da grande poi, non ho seguito le sue orme, ma posso dire che con il mio piccolo kit di sopravvivenza in caso di intoppi e infortuni sul lavoro, ho imparato a cavarmela abbastanza bene.

 

 

 

 

Il cibo nei libri che leggiamo: il caso Eleonor Oliphant

Il cibo fa parte della nostra cultura, è parte integrante delle nostre abitudini, come e cosa mangiamo parla di noi.

Il cibo nei libri che leggiamo, descrive tradizioni e racconta le persone. Ma non necessariamente deve apparire in opere dichiaratamente culinarie come ricettari, biografie di grandi chef, manuali o classici del food writing.

Gli esempi di food writing più interessanti che io abbia mai letto nella mia vita non si trovano in opere come Mastering the Art of French Cooking di Julia Childs, ma le ho incontrate per tra le pagine di romanzi con un piglio insospettabilmente… gastronomico.

Volete un esempio?

Il caso Eleonor Oliphant sta benissimo

Ho letto questo libro prima di Natale, stava appollaiato nello scaffale delle novità delle mia biblioteca e l’ho preso un po’ scettica, come ogni volta che scelgo un libro di cui si sta parlando molto. La storia è molto commovente, intensa e, in certi punti, addirittura tagliente. Parla di solitudine, di violenza domestica, di amicizia, ma soprattutto di rinascita.

Non è sicuramente un libro dal quale ti aspetteresti di trovarti a tu per tu con delle narrazioni gastronomiche emozionanti. E invece, sorpresa.

Eccone alcune.

Dal lunedì al venerdì arrivo alle 8:30. Mi prendo un’ora di pausa pranzo. All’inizio mi portavo un sandwich, ma a casa il cibo scadeva prima che riuscissi a finirlo, quindi adesso mi compro qualcosa nella via principale. Il venerdì termino sempre con una visita da Marks and Spencer, che conclude bene la settimana. Ogni giorno mi siedo sempre nella saletta per i dipendenti con il mio sandwich e leggo il giornale da cima a fondo, dopodiché faccio le parole crociate. […] Preparo la cena e la mangio ascoltando The Archers, il radiodramma su BBC4. Di solito mi faccio una pasta col pesto e dell’insalata: una pentola e un piatto. La mia infanzia è stata piena di contraddizioni culinarie e nel corso degli anni ho cenato sia con capesante pescate a mano sia con merluzzo precotto. Dopo aver riflettuto a lungo sugli aspetti politici e sociologici della tavola, mi sono resa conto di non provare alcun interesse per il cibo. Le mie preferenze vanno al mangiare economico, rapido e semplice da reperire e preparare, ma che al tempo stesso fornisce a un individuo gli elementi nutritivi necessari a mantenersi in vita.

Un po’ più avanti…

La pizza era eccessivamente unta e la pasta era molle e insapore. Decisi subito che non avrei mai più mangiato una pizza a domicilio, e di sicuro non con il musicista. Se ci fosse mai capitato di volere una pizza e fossimo stati troppo lontani da un Tesco Metro, sarebbero potute accadere due cose. La prima: avremmo preso un taxi per il centro e avremmo cenato in un bel ristorante italiano. La seconda: lui avrebbe fatto la pizza per entrambi, partendo da zero. Avrebbe preparato l’impasto, stendendolo e lavorandolo con quelle dita lunghe e affusolate, sbattendolo fino a ottenere ciò che voleva. Si sarebbe messo ai fornelli, avrebbe fatto sobbollire i pomodori con erbe aromatiche fresche, trasformandoli in una salsa ricca, fluida e rilucente di olio d’oliva. […] Dopo aver composto la pizza, ricoprendola di carciofi e finocchi tagliati fini, l’avrebbe infilata in forno […]. Avrebbe lentamente cavato il turacciolo da una bottiglia di Barolo con un lungo schiocco soddisfacente e l’avrebbe messa in tavola, poi avrebbe spostato la sedia per me.

Mica male per una che non è per nulla interessata al cibo, no? 😉

(in ufficio) Ho la mia tazza e il mio cucchiaio, che tengo nel cassetto della scrivania per motivi d’igiene. I miei colleghi pensano che sia una stranezza, o almeno lo deduco dalle loro reazioni, ma loro sono felici di bere da contenitori sudici, lavati distrattamente da mani sconosciute. Non riesco nemmeno a concepire l’idea d’infilare un cucchiaino, leccato e succhiato da uno sconosciuto neanche un’ora prima, in una bevanda calda. Disgustoso. 

(il tè in questione è Darjeeling di prima fioritura)

Concludo con questo ultimo ritaglio:

Per la prima volta nella mia vita da adulta ero andata in un fast food, un posto enorme e chiassoso all’angolo con il locale del concerto. […] Mi domandavo perché degli esseri umani fossero disposti a fare la coda a una cassa per ordinare del cibo industriale, portarlo poi a un tavolo che nemmeno era stato apparecchiato e mangiarlo dalla carta. Infine, nonostante abbiano pagato, i clienti stessi sono responsabili dell’eliminazione dei rifiuti. Molto strano. Dopo aver riflettuto un po’, avevo optato per un quadratino di un pesce bianco non meglio definito, rivestito di briciole di pane, fritto e quindi infilato in un panino eccessivamente dolce, accompagnato curiosamente da una fetta di formaggio conservato, una foglia moscia di lattuga e una specie di bava bianca, salata e piccante, che rasentava l’osceno.

Mi fermo qui, ma ne ho segnate davvero molte altre di queste dilungazioni e narrazioni sul cibo.

E’ o non è food writing questo?

Io dico di sì. Se vogliamo fare un’analisi dettagliata, troviamo tutte le caratteristiche necessarie a rendere una descrizione gastronomica efficace: l’utilizzo dei cinque sensi per descrivere il cibo, l’esperienza gastronomica, il cibo come ricordo o come abitudine, il modo di mangiare come descrittore di una persona, di una cultura e del significato sociale che il cibo ha. Trovo molto interessante poi, che non ci si limiti a descrivere solo cibo buono, che invoglia, che stuzzica. Compare anche il cibo utile, che soddisfa necessità primarie, e il cibo pessimo e di cattiva qualità.

In più, la protagonista si racconta attraverso ciò che sceglie di mangiare e come lo mangia. Il suo rapporto con il cibo ci dice che vive in maniera pratica per minimizzare gli sforzi, le spese e i rapporti interpersonali, che non ha una vita sociale, ma conosce molto bene la differenza tra ciò che è buono e ciò che non lo è. E’ un’acuta osservatrice e non si accontenta di qualsiasi cosa. Ma soprattutto conosce i cibi raffinati e come si preparano.

Perché volevo raccontarvi tutto ciò

Mi trovo spesso a parlare del lavoro del food writer. Mi scontro spesso con pregiudizi legati a questa etichetta professionale un poco sfocata. E quando non devi spiegare da capo cosa significa scrivere di cibo, spesso ti trovi di fronte a chi crede che il food writer sia un critico o, al massimo, un food blogger. Anche a chi scrive di cibo ad un certo punto capita di fossilizzarsi e chiudersi nelle proprie dinamiche e dimenticare cosa c’è lì fuori ancora da esplorare.

Trovare in un romanzo, così tanto spazio per il cibo, è un’esperienza speciale. Mi ha fatto battere il cuore. Che Gail Honeyman sia o non sia una food writer, questo poco importa. Ciò che conta è che se lo volesse, lo farebbe maledettamente bene.

Sbagliare è umano, parlarne è divino

Sbagliando s’impara, l’avete mai sentito dire? E’ una frase fatta che sentiamo ripetere da sempre da chi ne sa più di noi, ma quando si parla di lavoro (e non solo) facciamo fatica a parlare di errori e fallimenti. Mi sono chiesta il perché e ho cercato di capire quali sono le motivazioni che ci impediscono di vedere uno sbaglio come un’occasione per imparare e di parlarne apertamente.

Perché è difficile parlare dei nostri fallimenti

Probabilmente, come molti di voi sono cresciuta in un contesto sociale che non ammette errori di percorso e che glorifica in base ai successi.

Se hai successo significa che non hai commesso errori. Hai preso le decisioni giuste, hai avuto la cosiddetta botta di culo, hai imparato da persone autorevoli, sei intraprendente, intelligente, geniale. E chi non vorrebbe essere così?

Ma vi è mai capitato che nonostante aveste fatto secondo il manuale poi le cose non fossero andate come speravate?

Che tutto l’impegno, l’esperienza, le fatiche compiute vi abbiano poi comunque condotto a un punto morto, se non proprio a sbattere la testa su un muro con su scritto EPIC FAIL?

Giusto per andare controcorrente, vi racconto il mio primo grande insuccesso e un grande bruciore di stomaco.

Giuda ballerino!

Poco dopo la laurea triennale, mi viene commissionata una prova di traduzione per poter collaborare con una piccola agenzia di traduzione che si occupava (qui chi è del mestiere ora riderà di gusto) di fumetti. Sì, signore e signori, fumetti.

Ero emozionata, al settimo cielo. E, ad essere del tutto sinceri, anche un po’ tronfia dato che ero una devota lettrice e spasimante di Dylan Dog.

Arriva la prova di traduzione e io, fresca di laurea, conosco per filo e per segno la teoria.

La traduzione è dall’inglese, qualche pagina di un numero di Superman. E’ quasi troppo semplice. Così semplice che vado in panico, l’ansia prende il sopravvento. Non può essere così semplice, mi dico. Perdo tempo su inezie, correggo e cambio versione più e più volte. Abbandono la traduzione e la riprendo il giorno dopo. La rileggo e la cestino. E più passano le ore, più mi agito perché immagino il mio committente che picchietta l’indice sul polso, tic toc tic toc, mentre solleva gli occhi al cielo.

Com’è andata a finire?

Male. Non era una buona prova. Cosa mancava? Con il senno di poi direi, la luciditàLa lucidità mi avrebbe fatto capire che quella traduzione era la cartina tornasole della mia paura di sbagliare e della mia inesperienza. Per paura di sbagliare non avevo osato, non ero stata creativa dove sarebbe servito, volevo stare sul sicuro e ho dimenticato il lettore.

Chi legge un fumetto ha bisogno di testi scorrevoli, credibili, capaci di intrattenere… e cosa avevo consegnato io? Uno scambio di battute piatto e impersonale, condito con un errore di battitura. Pure.

Dopo che la mia prova venne rifiutata, non ne parlai con nessuno. Ho chiuso l’ esperienza in un remoto cassetto mentale e ho fatto finta che non fosse mai successo.

Ironicamente, il mio più grosso errore fu aver paura di commettere errori.

Che senso ha parlare dei propri fallimenti?

Il fallimento, per quanto possa essere motivo di vergogna, non solo può rivelarsi un episodio positivo per il nostro rendimento e crescita professionale ma ci può insegnare qualcosa su noi stessi.

In più capita a tutti, prima o poi, di fallire. Fa parte del nostro essere umani, per natura imperfetti, ma in continua evoluzione.

A distanza di quasi 10 anni mi sento davvero ridicola ad aver reagito in quel modo. Ma è pur sempre il modo più plausibile in cui una persona immatura si sarebbe comportata. E io immatura lo ero eccome.

Pur avendo tutte le competenze per svolgere quel lavoro, avevo sbagliato completamente l’approccio. Cosa sarebbe cambiato se, invece, al tempo ne avessi parlato con un insegnante o con le mie colleghe? Quanto avrei giovato di un buon consiglio o di una parola di sostegno durante il lavoro? Insomma, ci stava, era la mia prima vera prova di traduzione. Avevo 21 anni.

Gli errori che ci fanno bene

Non ricordo chi disse che non si impara dai successi, ma bensì, dagli errori che commettiamo. Niente di più vero. Questo non dovrebbe incitarci a sbagliare a più non posso, a lavorare distrattamente o a non impegnarci al massimo.

Imparare a essere un po’ meno severa con me stessa, a chiedere scusa, a rimediare e accettare che la perfezione non esiste… questo mi ha aiutato molto. Ancor più utile mi è stato, imparare a parlarne, a confrontarmi e a prendermi un po’ meno sul serio.

Abbiamo il dovere di imparare dai nostri errori. Dagli incidenti di percorso bisogna trovare un modo di riemergere, ed è quello il momento di crescita. E’ così che forgiamo la nostra esperienza e acquistiamo sicurezza. In quel momento, il nostro modo di lavorare passa di livello e somigliamo un po’ di più al professionista che vorremmo essere.

Sono ancora distante dal vivere i momenti di stress e gli intoppi con la pacata risolutezza di un sorridente monaco buddista.

Ma dai miei fallimenti ho imparato due cose importanti.

La prima è che in caso di fallimento conclamato o imminente, si può chiedere aiuto (o scusa). La seconda, è che una volta superata la crisi, sei ancora più forte di prima.

Consigli per gli ascolti

Se siete interessati a imparare dai vostri errori e da quelli degli altri, vi consiglio un podcast eccezionale The Other F Word, in cui F sta per Failure. Storie di persone umane come noi, che non fanno sempre centro, ma che hanno capito come aggiustare il tiro.

Leggere libri o ascoltare audiolibri?

differenze tra libri e audiolibri

Come vi avevo preannunciato nel primo post di quest’anno, da qualche mese ho fatto una scoperta molto interessante: gli audiolibri. Oggi vi vorrei raccontare cosa mi piace degli audiolibri e come valuto la lettura/ascolto di un’opera rispetto alla lettura tradizionale. Insomma, pro e contro.

Quelle che seguono sono le mie considerazioni dopo 25 anni da lettrice vecchio stile e 4 mesi da ascoltatrice di audiolibri utilizzando Storytel.

Fattore libertà: Audiolibri 1 – Libri 0

L’audiolibro è sinonimo di libertà. Sicuramente, lo è per chi come me è una mamma che lavora e quindi ha sempre migliaia di cose più importanti da fare piuttosto che sedersi e leggere un bel libro. Ascolto audiolibri principalmente mentre sono in auto, mentre stiro o faccio altri lavori di casa e mentre faccio sport. E leggere mentre ci si allena è la vera svolta motivazionale per tutti i tendenzialmente pigri come me.

Avere le mani libere, poter accedere ad un nuovo livello di multitasking e la possibilità di ascoltare libri praticamente ovunque, sono tutti punti ben segnati che fanno dell’audiolibro il vincitore del primo match.

Fattore sostenibilità: Audiolibri 1 – Libri 0

Anche il secondo match se lo aggiudicano i libri ascoltati, dato che dopo aver comodamente scaricato l’app e aver acquistato un abbonamento, bastano le cuffie del telefono o una buona cassa per disporre del proprio audiolibro. Sono molto green, per il semplice fatto che non richiedono l’utilizzo di carta, cartoncino, inchiostro e trasporto. Sono anche molto minimal, se vogliamo essere pignoli, perché non occupano spazio sulla libreria.

Fattore sonoro: Audiolibri 0 – Libri 1

La voce narrante degli audiolibri di solito è un attore, qualche volta l’autore stesso. La scelta del narratore o della narratrice influisce molto sulla godibilità dell’esperienza. Vi faccio un paio d’esempi. Il mio primo audiolibro è stato La Sovrana Lettrice, letto da Paola Cortellesi. (Io adoro Paola Cortellesi). Il fatto che fosse lei a leggerlo, in tutta la sua bravura ed eleganza, ha reso l’esperienza piacevolissima. Da poco, invece, ho terminato Lamento di Portnoy di Philip Roth, libro che anni fa avevo fatto fatica a leggere in versione cartacea ma che mi aveva molto affascinata. Il narratore, questa volta, è Luca Marinelli che definire bravo è un eufemismo. L’intera narrazione è il soliloquio del protagonista durante una seduta psicoanalitica, in cui il terapista non parla mai. E per quanto trovi l’interpretazione di Marinelli magistrale, il fatto che il narratore abbia un accento spiccatamente romano, mi ha richiesto un po’ di tempo per abituarmi al fatto che un ebreo americano del New Jersey degli anni ’50 potesse avere una simile pronuncia.

Avrei potuto fare di meglio? Non di certo come lettrice ad alta voce. Ma, non so voi, io quando leggo, dopo un po’ sento i personaggi parlare, do loro una voce a seconda di come me li immagino e li vedo agire. Ritengo che sia uno dei grandi piaceri della lettura e, purtroppo, con l’audiolibro ci viene tolta la possibilità di dare voce autonomamente ai personaggi che incontriamo nel racconto.

[mini spoiler: Luca Marinelli nella parte di Portnoy che imita sua madre è esilarante]

Fattore edonistico: Audiolibri 0 – Libri 1

I libri fatti di copertina, tallone e fogli rilegati rimontano. Come mai? Perché per me, il libro che si tiene in mano e si vive fisicamente con il contatto, tattile e visivo, e perfino con l’olfatto (sì, i libri profumano), è qualcosa di impareggiabile. In più, sono un oggetto spesso bello da possedere. A questo punto, tutti gli accumulatori di libri, vittime dello tsundoku, dall’altra parte dello schermo mi capiranno.

Fattore interazione con il testo: Audiolibri 0 – Libri 1

Sapete una cosa che mi da un immenso piacere? Trovare nei libri che leggo una frase poetica, uno scambio di battute pungente, un’affermazione che mi dà una lettura sensazionale del mondo e poi… sottolineare! Ho perfino un taccuino in cui mi segno le citazioni che ho amato di più. Con gli audiolibri questo non si può fare. In questo caso, l’ebook reader penso che rappresenti la migliore delle soluzioni per chi ama collezionare pensieri e parole scritti da altri perché è possibile sottolineare il testo e i ritagli vengono automaticamente salvati in una cartella. Per ora, con gli audiolibri ho ovviato al problema in questo modo: prendo nota del minuto, ci ritorno successivamente e trascrivo tutto nel mio taccuino.

Fattore nostalgia: Audiolibri 1 – Libri 1

Se dicessi a mio padre, il cantore di storie della mia infanzia, che da qualche mese ascolto audiolibri e che lo faccio tramite un’app sul cellulare, so che penserebbe qualcosa come “ecco cosa si sono inventati adesso!”. Se invece gli cantassi “A mille ce n’é, nel mio cuore di fiabe da narrar…”, sono certa che gli verrebbe in mente il nostro stereo in salotto e io quattrenne che ascolto a loop I musicanti di Brema delle Fiabe Sonore. C’ho pensato proprio ieri. Ero sul divano con mio figlio e insieme abbiamo ascoltato Giulia Bau e i gatti gelosi di Bianca Pitzorno. Un momento emozionante: ho provato una grande commozione, sono tornata bambina insieme a lui.

In questo confronto, i due contendenti escono entrambi vincitori.

Dunque, chi vince tra libri e audiolibri?

Stando ai miei criteri di valutazione vincono, seppur con poco scarto, i libri tangibili, sfogliabili, quelli che ci dobbiamo leggere da soli, ecco. Tuttavia, a mio avviso, la lettura è un’esperienza così vasta che non mi sento di affermare che non possano trovare posto tutte e due le modalità.

Grazie agli audiolibri, sono riuscita finalmente a trovare il tempo per ricominciare a leggere anche i libri cartacei, dopo un periodo in cui leggevo davvero poco rispetto ai miei standard. E ci sono libri, come il sopracitato Lamento di Portnoy, che non avrei mai più riletto se non fosse stato nel catalogo di Storytel.

Avere più di un modo di accedere alla letteratura non può che ampliare il nostro spazio di lettura, il tempo che dedichiamo alle parole e alle grandi storie.

Minimalismo e mente creativa

Ci sono giorni in cui vorrei che la mia mente fosse una stanza minimal e luminosa, un luogo ameno e pinterestiano.

Un appendiabiti mezzo vuoto, un cardigan, un jeans e una polo a righe, la borsa color cammello appesa su un lato, delle sneakers immacolate appaiate sul tappeto di rafia. Una pianta rigogliosa e un plaid a quadri rilassatamente accasciato su di una poltroncina anni ’50.

Ah, il minimalismo: pace e benessere! Se la mia mente, se la mia scrivania, il desktop di questo computer, la mia vita fosse così.

Ho scoperto cosa volesse dire eliminare il superfluo leggendo Il magico potere del riordino di Marie Kondo. Credo fosse il 2015. Mentre leggevo il suo libro, la nipponica dell’ordine m’insegnava cose che avevo già compreso da sola, cioè che accumulare oggetti mi avrebbe portato alla follia, e altre più drammaticamente nuove ma sensate, ovvero come fare a vivere meglio con meno.

Anche se non sono riuscita a rivoluzionare come avrei voluto la mia esistenza e, sì lo ammetto, il capitolo sulla gestione dei libri, mi ha profondamente indignata, ho beneficiato anch’io del piacere di salutare la gonna che avrei messo quando avrei perso 10-15kg o il vestito che ho comprato un giorno, non so sotto l’effetto di quale sostanza allucinogena.

Per il disordine mentale, è tutta un’altra storia. E non basta uno studio arredato con mobilio scandinavo inondato di luce e musica jazz per risolvere la matassa di pensieri che alberga nella mia scatola cranica. Ma c’è un ma.

Il ma.

Mi sono chiesta infatti, quale sarebbe stata la differenza se la mia mente avesse avuto un aspetto simile a un armadio o una scrivania con pochi ma essenziali oggetti, tutti scelti con cura, perché belli, funzionali e di buona qualità. Oggetti che mi comunicassero chi sono, che mi appartenessero e mi facessero sentire felice.

Boom.

Traduciamo la metafora e portiamola nel fluttuante e caotico universo dei pensieri di chi per lavoro crea con la mente. Il mio grosso problema (ma, ironicamente, anche la mia più grande risorsa) sono le idee. Ci sono giorni in cui tutto è limpido e sereno là dentro: si fa quel che c’è da fare e tutto scorre.

Ci sono dei giorni, o delle settimane anche, in cui le idee esplodono. Come petardi la notte di Capodanno. Alcune sono ottime, altre mediocri, ma tutte si mescolano ai pensieri su lavori già in corso d’opera, scadenze e altre amenità della vita quotidiana.

Non saper gestire gli eccessi di creatività, per me, equivale a non averla proprio tutta questa creatività. Per cui, la soluzione che ho trovato, comporta tre piccole azioni che puntualmente mi aiutano a far ordine nella testa:

Fare ordine da qualche altra parte

Allontanarmi dalla scrivania per il tempo necessario a mettere in ordine qualcosa che non c’entra nulla, come il cestino dei calzini spaiati o la dispensa di tè e tisane. E’ semplice, sposta la mia attenzione su qualcos’altro e al contempo mi dà soddisfazione perché faccio qualcosa di utile.

Uscire di casa

Quasi sempre lavoro da casa. Questo significa non essere sempre in grado di non notare faccende in sospeso o di ignorare un gatto piagnucolone che non si sa come mai vuole entrare e uscire dalla finestra. Sto scrivendo colta da una furente ispirazione e DIN DON il corriere. Ed ecco che, il tempo di scendere le scale e ritirare il pacco, non riesco più a riprendere il filo del discorso. In questi casi, fare una passeggiata aiuta a sbollire la rabbia da perduta concentrazione. A volte, invece, se sento che ho una mattinata di confusione mentale, prendo le mie cose e lavoro fuori casa. Funziona quasi sempre.

Scrivere analogico

Intendo come si faceva una volta, carta e penna. Ma anche matita, colori, adesivi ed evidenziatori. Il potere della scrittura come gesto fisico, concreto, palpabile è una sensazione meravigliosa. Fai una lista e capisci subito che non è fattibile portare a termine tutti quegli obiettivi entro la giornata. Tutto appare meno ingarbugliato di quel che è.  I pensieri li capisci con un altro occhio quando sono scritti nero su bianco. Dai la priorità.

Non so se la mia mente sarà mai una stanza essenziale. Ma ho capito come fare ad aiutarmi a mettere i pensieri al loro posto o, per lo meno, ad accorgermi del caos e intervenire. Ho imparato che il minimalismo può essere creativo e viceversa. Ho capito anche che senza penne e taccuini sono persa, e che non c’è nessuna Marie Kondo che me li possa toccare.

 

Ph. Credit: Vetta Capsule

 

Foodwriting: le parole esauste quando si parla di cibo vegan

State per leggere un articolo un po’ spinoso, per nulla accondiscendente o buonista. Vi parlerò di foodwriting in ambito vegan, ovvero di terminologia, stili e contenuti che riguardano la cucina vegetale.

Scrivo di cucina vegana da diversi anni ormai: ho iniziato con un blog di ricette, per poi scrivere per riviste e siti di cucina, ho scritto un libro, ho curato alcune pubblicazioni e per lavoro aiuto aziende che producono cibo vegetale o linee vegane a comunicare con i consumatori.

Nel 2017, durante la prima edizione di Artigiani delle Parole, la bravissima Annamaria Anelli ha tenuto un discorso illuminante sul “fascino delle parole vuote”. Mentre lei leggeva e commentava testi aziendali e annunci immobiliari di una (interessantissima) noia mortale, io me ne stavo seduta tra i presenti, con blocco e penna in mano. Quello che diceva riguardava anche me, il mio mondo e il mio modo di scrivere. Alla fine del suo discorso ho capito l’urgenza di abbandonare le parole esauste che riempivano i testi che scrivevo, uscire dagli schemi e alzare l’asticella della qualità.

Frasi fatte, strausate e ormai sgualcite del vegan

Quello che possiamo notare tutti, senza sposare necessariamente la causa, è che il vegan food è un mercato in costante crescita. Tuttavia, se prestiamo attenzione ai contenuti, alle parole che descrivono e raccontano questo tipo di cucina e scelta etica, ci rendiamo conto che ci sono delle espressioni ormai esauste di cui non se ne può più.

Una sorta di corollario di termini, frasi fatte, concetti triti e ritriti di cui dopo così tanto tempo dalla prima apparizione del termine vegano possiamo fare a meno. O me lo auspico.

Ora basta discorsoni, andiamo alla ciccia (vegana ovviamente). Ecco quelle che eliminerei subito.

  • “una cucina buona e sana”: questa espressione, viene ripetuta fino allo sfinimento. Sottintende che quello che non è vegano è potenzialmente cattivo e nocivo. Può anche essere vero, com’è vero che un piatto vegetale può essere insapore o completamente sbilanciato e un dolce fritto e pieno di zucchero è vegano ma per nulla salutare. Valutiamo da contesto a contesto se vale la pena usare questa espressione come riempitivo o possiamo fare di meglio.
  • “100% vegetale”: quest’espressione nasce essenzialmente per non ripetere o evitare “vegan(o/a)” ed è la sorella brutta di “tutto vegetale“. Ho un aneddoto simpatico per voi. Ad una riunione sul lancio di un nuovo prodotto, si stava parlando del packaging e la grafica ingaggiata dal cliente non faceva che ripetere entusiasticamente che avrebbe scritto 100% vegetale in ogni luogo e in ogni lago della confezione. Le opzioni presentate al cliente, infatti, vedevano questa scritta a lettere cubitali campeggiare ovunque, in un caso era perfino più in grande del nome del prodotto stesso. Si tratta di un’azienda che da quasi vent’anni produce alimenti vegetali e alternative alla carne, con un’identità ben precisa, distribuita da negozi e canali che sposano una certa etica. Avevano solo bisogno di una confezione un po’ più accattivante. Perché asfissiare lo spazio a disposizione con una scritta brutta, vuota, solo perché pensi che vada di moda e che ci si aspetti questo? Qualcuno nel 2019 ha ancora dubbi che il tofu non sia di origine vegetale?
  • ….vegetale ma senza rinunciare al gusto“: io spero vivamente che nessun tipo di cucina rinunci al gusto, sennò mangeremmo cartone o la sbobba che danno a Neo in Matrix. Probabilmente, si vuol intendere che anche se non mangiamo una fiorentina grigliata o una tagliatella al ragù possiamo ancora sperare di sperimentare qualcosa di gastronomicamente interessante. Vi svelo un segreto: non solo è possibile, ma si può anche raccontare con parole più saporite.
  • “una cucina etica”: scrivere etico parlando di cibo vegano, può non andare sempre bene. E’ un termine che, a mio avviso, andrebbe preso con le pinze. Etico non significa solo che un cibo non contiene animali o non sfrutta animali per essere realizzato, si estende anche all’impatto ecologico che ha tutto il processo produttivo e distributivo e alle condizioni e alla remunerazione dei lavoratori coinvolti. Non diamo per scontato che un cibo vegetale sia per forza anche etico: il concetto di cruelty-free è relativo e va centrato in modo adeguato.

Ce ne sarebbero molti altri forse da aggiungere, e probabilmente ritornerò a scrivere sul tema prima o poi.

Ogni ambito e area di specializzazione ha le proprie frasi fatte, espressioni tipiche e logore, quelle che soffocano il testo più che renderlo un mezzo di comunicazione potente ed efficace. Gli addetti ai lavori lo sanno, ma com’è successo a me, spesso si cade nei cliché, nella comodità di scrivere ciò che ci si aspetterebbe di leggere, piuttosto che far emergere nuove soluzioni, che dicano la stessa cosa, ma con un piglio nuovo e fresco.

Siccome ci tengo, riprenderò il discorso prossimamente anche fuori dal blog: il 25 marzo terrò una lezione online con Langue&Parole che fa parte di un corso più ampio e strutturato dedicato a Food Writing e Food Photography.

Se l’articolo vi ha stuzzicato le sinapsi e vi va di proseguire la conversazione ci vediamo lì.

Food writing e food trend 2019: come e di cosa si parlerà quest’anno

Da quando ho iniziato a scrivere di cibo online e a occuparmi di food writing, ho capito l’importanza di saper individuare le tendenze del settore per poterne parlare in modo consapevole e aggiornato.

Il settore food, che si parli di ristorazione, critica gastronomica, social media o editoria, come ogni altro settore segue delle tendenze che non dobbiamo necessariamente cavalcare se non sentiamo nostre, ma che sicuramente vanno conosciute se vogliamo scrivere di cibo in maniera professionale.

Quali saranno i food trend 2019

Il 2019 sarà l’anno votato alla sostenibilità e all’esaltazione del cibo sano, vegetale e di ottima qualità.

Negli anni passati abbiamo già visto comparire a scaffale moltissimi prodotti biologici, alimenti ritrovati, una maggior varietà di cereali e pseudo-cereali, le tanto discusse bevande vegetali. Non solo nei blog, ma anche in ricettari e manuali di cucina pubblicati e nei menù dei ristoranti abbiamo iniziato a notare la presenza sempre maggiore di cibi non processati, sempre meno raffinati, una diminuzione dell’utilizzo di grassi animali, sono spuntate opzioni vegan e senza glutine in ogni dove. Anche le grandi aziende alimentari che fondano il proprio core business su processi produttivi tradizionali non proprio sostenibili o salubri, hanno investito nella creazione di linee vegan, bio, km0, annusando la necessità di soddisfare un target di consumatori sempre più consapevole e attento.

Negli ultimi due anni sempre più persone hanno imparato a leggere le etichette, sono nate app che a partire dal codice a barre riconosco l’INCI dei prodotti, calcolano le calorie e riportano la lista degli ingredienti. C’è chi dice che il 2017 e il 2018 sono stati gli anni in cui dietisti e nutrizionisti hanno fatturato di più, e io non posso che sottoscrivere.

Detto ciò, vediamo quali cibi saranno di tendenza nel 2019.

Cibi fermentati e gut-healthy

Ultimamente i cibi fermentati e buoni per l’intestino sono entrati timidamente ma in maniera costante tra i contenuti e i prodotti più cercati. L’anno prossimo lo saranno ancor di più. Tra le pubblicazioni spopolano i manuali di fermentazione per autoprodurre kombucha, kimchi, kefir o di autoguarigione attraverso una dieta ricca di probiotici. La vera novità, però, sarà trovarne sempre di più anche sugli scaffali dei negozi o tra le proposte di ristoranti e bar.

Cibi sostenibili, packaging ecologici

I cibi molto processati, contenenti ingredienti artificiali, incelofanati, sigillati in piccole monodosi e contenitori di plastica, con cannucce, cucchiaini, forchettine monouso, avranno sempre meno mercato, saranno sinonimo di bassa qualità e di arretratezza. Insomma, comprare e acquistare una merendina contenente, per esempio, mono e digliceridi degli acidi grassi (provenienti da scarti dell’industria della carne e del pellame), priva di aromi naturali e magari impacchettata singolarmente in plastica contenuta in una scatola di cartone e a sua volta ricoperta di plastica… beh, sarà alla moda e popolare come girare in centro con un auto non catalitica indossando una bella pelliccia di cuccioli di Dalmata.

Saranno ampiamente incoraggiate e premiate tutte quelle piccole e grandi attività che sposeranno la sostenibilità attraverso la scelta di confezioni ecologiche, la lotta allo spreco alimentare, il riutilizzo di materiali di scarto e l’uso di energie sostenibili. I valori di autenticità e trasparenza investiranno un po’ tutti tra chef, blogger, ristoranti, marchi e ogni tipo di attività legata al cibo.

Una novità che personalmente apprezzo moltissimo, sarà quella di promuovere il consumo di frutta e verdura brutte (ugly food), ovvero tutti quei prodotti esteticamente imperfetti ma ottimi dal punto di vista nutrizionale che di solito non vengono messi in vendita. Intelligenza ecologica 1 – spreco alimentare 0.

Meat free e opzioni vegane

Le catene di ristoranti di polli da batteria cotti allo spiedo, le steakhouse da famiglie e i fast food con burger a tre piani a soli 2 euro, non spariranno magicamente dal pianeta ma diciamo che saranno trendy come le scarpe ortopediche della sanitaria. Per carità, comode e funzionali, ma pur sempre un pugno in un occhio.

Sentiremo molto parlare di alternative alla carne di ogni tipo: non tramonteranno i sostituti vegetali ormai d’uso comune come seitan e tofu ma debutteranno anche snack di finta carne (a base di jack fruit per esempio) e la futuristica carne prodotta in laboratorio (heme).

Prodotti di origine animale di tendenza per il 2019? Pochi, ma ci sono: carne di capra, coda vaccina e tagli di carne insoliti (creste, animelle, zampe… sempre in linea con la filosofia zero waste). Cattive notizie invece per chi aveva puntato tutto su halloumi, uova biologiche e salmone.

Infine, permettetemi una parentesi terminologica: da oltre oceano, arriveranno alcuni simpatici neologismi da segnare nel taccuino, tra cui segnalo peganism, una nuova dieta di tendenza che combina paleo e veganismo.

Dolci meno dolci e più naturali

Lo zucchero bianco e compagnia bella hanno fatto il loro tempo, ce ne siamo accorti tutti. La sua sostituzione ha portato a un’esplosione di fantasia culinaria e riscoperta di alternative aromaticamente interessanti, non solo prettamente salutari. Malti, sciroppi, melasse, stevia, datteri e fichi secchi come se piovesse.

Andranno molto i dessert ghiacciati preparati con ingredienti insoliti come avocado, acqua di cocco, tahina, clorofilla e le coloratissime smoothie bowls che possiamo già ampiamente ammirare nei profili Instagram oltreoceano.

Cibi etnici e nuovi orizzonti del gusto

Anche se qui in Italia il sushi continua ad essere il cibo etnico più amato, sono felice di annunciarvi che le nuove tendenze gastronomiche del 2019 apriranno i confini del gusto e sposteranno un po’ più in là la nostra conoscenza delle cucine del mondo.

Tra le spezie, troneggiano le spezie mediorientali (cumino, cannella, cardamomo…) ma sentiremo parlare, e spero per tutti assaggeremo, il maneesh, il tipico flatbread con erbe e semi di sesamo.

Un occhio particolare a tutte le cucine etniche provenienti dall’anello del Pacifico. Potremmo ritrovarci sempre più spesso di fronte a piatti nuovi ed esotici, provenienti da Vietnam, Birmania e Thailandia.

Mode e tendenze del cibo: come possono essere utili al food writer?

Ma come possono essere utili tutte queste previsioni di mode e tendenze alimentari a chi per lavoro o per passione scrive contenuti che parlano di cibo?

Surfando nel web in cerca dei cibi più modaioli e cercati possiamo trovare davvero di tutto, quindi è bene focalizzarci su ciò che è veramente utile per noi. Per esempio, consultare la lista di Whole Foods sulle tendenze e novità alimentari per il 2019, può darci l’idea di cosa proporrà il mercato e quali prodotti andranno di moda sugli scaffali.

Essere a conoscenza delle nuove mode è fondamentale, ci fa stare al passo con i tempi e rifocilla la nostra enciclopedia di conoscenze. Altrettanto fondamentale è sfruttare al meglio queste informazioni: come?

Ho giusto tre consigli, pochi ma buoni.

Come il cliente, il target ha sempre ragione.

Il food writer può essere un giornalista, un blogger, un recensore di libri di cucina, un critico, uno scrittore. Ognuna di queste figure si dirige a un lettore diverso, con esigenze/età/sesso/predilezioni specifiche. Fate tesoro dei nuovi trend ma non sentitevi obbligati a creare contenuti forzati pur di spuntare le voci della lista.

La precedenza va data a chi legge e alla qualità dei contenuti.

L’importanza del contesto culturale

Non dimentichiamo che tutte (o quasi tutte) le previsioni sui food trend vengono svolte al di fuori dal mercato e dal contesto culturale italiano. Chi lavora come food writer in Italia, potrebbe informarsi sulle nuove mode, anche solamente osservando cosa propongono ristoranti, siti di cucina, programmi tv, case editrici etc. inglesi e americane.

E’ vero, siamo un popolo esterofilo, ma esperienza insegna che non tutto quello che è andato di moda l’anno scorso negli Stati Uniti, sarà prossimamente in voga anche in Italia. Il contesto culturale quindi è molto importante, esserne consapevoli per direzionare le proprie energie creative e la propria comunicazione lo è ancora di più.

Creare contenuti coerenti

Se la direzione è quella della sostenibilità e dell’autenticità dei prodotti e di chi li produce, credo che anche il food writer, se già non lo fa o non lo fa con costanza, potrebbe allinearsi con questi principi. Creare contenuti onesti, alimentati da passione, che vadano a coinvolgere chi legge in modo attivo e costruttivo. Mi sembra un buono spunto da cui partire quando si comunica con le parole e si racconta una delle cose più belle del mondo: il cibo.

3 cose belle del 2018 che mi porto nel 2019

Gli ultimi 12 mesi sono passati lasciandomi stupita e perplessa, lo devo ammettere. Mai come nel 2018 ho vissuto momenti diametralmente opposti sotto ogni aspetto. Un anno schizofrenico, potrei dire.

Ma nonostante le difficoltà e le grandi prove di coraggio che mi hanno fatto sudare tutte le camicie del guardaroba, ci sono alcuni insegnamenti e alcune scoperte che porterò con me nei mesi (e forse chissà anche negli anni) a venire.

Cosa è successo di bello nel 2018

Ci sono stati tanti momenti sorprendenti e davvero indimenticabili, come quando a giugno siamo partiti tutti e 4, cane compreso, con il nostro caravan e abbiamo viaggiato per due mesi in giro per l’Europa. (se giustamente pensate sia uno scherzo o una follia andate a vedere il profilo ig the_errant_pack).

E durante questo cammino durato 365 giorni ho scoperto alcune novità e preso decisioni importanti che non intendo abbandonare mai più. Ed eccole qui:

Audiolibri

Gli audiolibri sono stati per me LA SCOPERTA, la rivoluzione dopo che, con la nascita di Goran, ho quasi smesso del tutto di leggere per piacere. Ci tengo a precisare che non è stato come abbandonare il corso di Zumba del giovedì sera. Smettere di leggere come facevo una volta, avidamente e completamente rapita dalle pagine, mi ha privata di una parte di me che ha sete di storie avvincenti, personaggi incredibili ai quali affezionarmi o detestare dal profondo, viaggi in luoghi in cui non sono mai stata o mai potrò arrivare.

Il mio primo audio libro è stato quindi una vera e propria benedizione. Per questo, non finirò mai di ringraziare Florencia di Stefano-Abichain (aka florenciafacose) che attraverso le storie di instagram mi ha fatto scoprire Storytel, di cui Flo è una delle bellissime voci narranti.

Ora, grazie agli audiolibri, posso dare un senso a tutte quelle attività della giornata noiose o poco entusiasmanti: lavare i piatti, guidare, mettere in ordine la contabilità. Il mio primissimo audiolibro? La sovrana lettrice, di Alan Bennet, letto da Paola Cortellesi.

Podcast

Sulla falsariga degli audiolibri, anche i podcast sono entrati a far parte della mia vita e sono diventati una compagnia ormai indispensabile. Ne ascolto quasi uno al giorno. Essendo più brevi degli audiolibri, mi permettono di sfruttare anche pause di 20, 30 minuti. I miei preferiti al momento sono quelli di Senzarossetto di Giulia Cuter e Giulia Perona, Morgana di Michela Murgia e Abissoeditoriale di Maria di Biase e Alessandra Zengo.

Per me, che non sempre trovo interessanti i programmi radiofonici, figuriamoci quello che propongono in tv, sono manna in cuffietta.

Tempo per me stessa

Se mi trovo qui in questo momento, a concludere questo articolo del blog è perché ho preso le forbici e ho ritagliato dalle pagine della mia agenda il MIO TEMPO. Il mio tempo è quello che non dedico al lavoro, alla famiglia o alle faccende di casa. E’ il tempo che non riguarda le cose che si devono fare. E’ quel tempo che mi sono negata per circa due anni prima di capire quanto ne avessi bisogno.

Dal 2018, un’ora alla volta, ho trovato il tempo di fare attività fisica, di leggere, di fare formazione… ma soprattutto il tempo di stare da sola. Dall’infanzia fino all’età adulta, ho sempre goduto nel vivere dei momenti tutti per me. Stare con i miei pensieri, in silenzio, facendo le cose con calma e lentezza, mi ha sempre permesso di ricaricarmi. Perdere e ritrovare questa abitudine mi ha resa molto grata e felice, per questo d’ora in avanti intendo proteggere i miei momenti di solitudine.

Insomma, gli anni schizofrenici succedono. Secondo me sono quelli tosti che però servono ad aggiustare la rotta. Queste 3 cose belle sono arrivate tutte in un anno lunatico, ma formidabile sotto tanti aspetti.
Indietro non si torna, il viaggio prosegue davanti a noi. Quel che possiamo fare è decidere di portarci sulle spalle lo zaino con i ricordi migliori e i migliori strumenti per essere felici.