Guida allo smart working da quarantena

smartworking

La tua vita non era questa. La sveglia suonava, ti facevi il caffé, salutavi il gatto, ti facevi la doccia, ti vestivi e poi aspettavi il tram delle 8 per l’ufficio o ti facevi il tuo tragitto in macchina per raggiungere l’azienda.

“Ciao a tutti, come va, pausa caffé dopo?”

Il pc che si accende, il collega con cui fare due parole, il fornitore che fa come gli pare, il capo che fa il simpatico. La mensa o la schiscetta alle 12:30. Il cartellino timbrato con grande entusiasmo in uscita.

E poi tornavi a casa, passando per la palestra, il supermercato o la scuola dei bambini.

Tutto andava bene, o almeno andava come era andata ieri e come pensavi sarebbe andata il giorno dopo.

Ma poi è successo qualcosa, qualcosa di così enorme che ha cambiato la vita di tutti. 

Due parole: una inizia per C e una per V.

Quando il lavoro diventa “smart”

E così ti sei trovato a casa e ti hanno detto che da casa ora ci devi lavorare. Non alzare gli occhi e sbuffare, che ti vedo. Tu che a casa ci stai sì e no il weekend. Tu che il pc a casa lo usi per vedere Netflix e comprarti le cose su Amazon, tu che a casa non hai nemmeno la stampante nè un posto dove stare tranquill* al pc senza vedere allo stesso tempo i piatti da lavare, il frigorifero o il tappeto del salotto ricoperto di lego.

Nessuno di noi sa quando tutto questo finirà ma sappiamo che perché finisca presto dobbiamo stare tutti a casa.

A volte ci sembra di stare in un film: dottori e infermieri gli eroi che salvano la vita delle persone. I giornalisti che vanno a caccia di notizie. Le statistiche che contano e confrontano contagiati, guariti e deceduti. I ricchi che fanno beneficienza per gli ospedali. I poveri che svuotano il supermercato. E tu ti senti la comparsa che deve stare a casa, a lavorare. Smartworking, lo chiamano.

Ci sei dentro da poco e hai già capito che questo telelavoro non è esattamente facile da gestire.

Se ti riconosci almeno un po’ in questa descrizione, ecco una buona notizia per te: esiste un esercito (più o meno) invisibile e silenzioso di persone che lavorano da casa tutti i giorni. Persone come designer, illustratori, social media expert, programmatori, copywriter, giornalisti, editor, o, come la sottoscritta, traduttori.

Questa tua nuova vita è il nostro pane quotidiano. 

I nostri consigli per lavorare da casa felici

Per qualcuno lavorare da casa sarà più drammatico, per altri solo una questione di abitudine. Sembra che il mondo come lo conoscevamo sia in stand-by, ma con un po’ di pazienza, tenacia e positività, sono certa che supereremo ogni difficoltà.

Questa che segue è una raccolta di consigli di una squadra di esperte del lavoro da casa che ringrazio con tutto il cuore per aver partecipato. Speriamo vi sia utile per affrontare lo smart working e questo momento così delicato, con più leggerezza e coraggio.

 

Il giusto equilibrio nella programmazione

Quando lavori da casa è fondamentale riuscire a crearsi una routine con degli orari ben precisi così da avere una giornata lavorativa organizzata. 

Si parte dalle cose più semplici: alzarsi sempre alla stessa ora, fare colazione, lavarsi, vestirsi. La sera prima è molto utile predisporre già il lavoro per il giorno dopo, così da non trovarsi impreparati: una scrivania ordinata fa sempre la differenza! 

Le to-do-list o “lista delle cose da fare” sono sicuramente utili, ma trovo inutile e controproducente fare delle liste infinite, finiremo solo per perderci e non capire quali siano le nostre priorità. Meglio una lista breve e fattibile invece di una lista esagerata e poco realistica. 

Eleonora Conti – Esperta di Comunicazione Online e Content Marketing

Spartirsi i compiti e darsi degli obiettivi

Una delle difficoltà di lavorarare da casa per chi non è abituato è proprio quella di darsi dei tempi e degli spazi, io consiglio di spezzettare la giornata e darsi dei tempi definiti. Fino a qualche mese fa per me era difficile conciliare lavoro e faccende domestiche e la divisione dei compiti con mio marito non era sempre semplice. Io mi sentivo come quella che, essendo a casa, era responsabile di tutto. Da quando ci siamo spartiti i compiti e io ho imparato a rispettare una certa routine di lavoro, con orari più fissi, come fossi in ufficio, tutto è più sereno e mi sento molto più produttiva. 

In questo periodo poi, darmi degli obiettivi giornalieri mi è anche utile per tenere a bada “l’ansietta”!

Daniela Desperati – Traduttrice

Il privilegio di prendersi una pausa in più

Secondo me, quello che fa veramente la differenza è che con lo smart working puoi lavorare quando vuoi. E questo è una cosa superlativa se, come me, non siete legate a un lavoro routinario ma dovete sfornare delle idee ed essere creative. Quando ero seduta a una scrivania e non riuscivo a farmi venire l’idea giusta per cominciare un articolo o proprio non arrivava la riflessione per un editoriale, sapevo benissimo che alzarmi dalla scrivania e fare altro, pulire la testa dai pensieri di fondo, avrebbe di sicuro giovato, ma non potevo farlo. Adesso posso. Ed è una conquista non da poco. Magari non faccio la passeggiata, magari mi limito a caricare la lavatrice oppure a uscire per comprare il giornale, qualche volta mi metto perfino lo smalto. Quel tanto che basta insomma per distrarmi, lasciare andare i pensieri molesti e lasciare lo spazio a nuove idee. E di solito funziona. Per me è cambiato il modo in cui io mi rapporto al tempo che passa. Non è più rigidamente scandito in blocchi fissi, fluisce al mio ritmo. E non lo subisco più.

Paola Rondina – Giornalista

Imparare a conoscersi per lavorare meglio

C’è un momento della giornata in cui ognuno di noi può sentirsi più produttivo, per alcuni è la mattina presto, per altri la tarda mattinata o il pomeriggio o ancora la sera.

Penso che il lavoro da casa rappresenti una bella fotografia del nostro “guna”, mi piace sempre citare la concezione indovedica perché trovo che si possa applicare produttivamente in ogni ambito della vita. Chi è più “sattvico” si sveglierà all’alba e dopo la doccia e le pratiche meditative mattutine si accomoderà alla sua postazione sempre ordinata e pulita, chi è più “rajasico” sarà sempre attivo, pronto a saltare pasti e a lavorare fino a tarda notte per terminare tutti i progetti, chi invece è più “tamasico” si trascinerà giù dal letto dopo un’ora che è suonata la sveglia e non si metterà alla scrivania fino a quando non è finita la propria serie preferita su netflix e passerà la giornata trascinandosi dalla scrivania al divano mangiando patatine e cibo spazzatura, ovviamente senza togliersi mai il pigiama!

Ricercare il nostro punto di equilibrio partendo dalla nostra autoconoscenza e soprattutto dall’accettazione di quello che siamo, è la grande sfida, e quindi migliorarci un po’ ogni giorno senza essere troppo stakanovisti, o troppo energici e nemmeno troppo pigri.

Jessica Callegaro – Blogger e co-autrice di Cucinare Secondo Natura

Trovare il nostro modo di ricaricare le pile

Vietato pranzare alla scrivania.

Tralasciando la sacralità dei pasti per noi italiani, è importante, per chi lavora in smart working, non rinunciare alle pause.

È necessario darsi i giusti ritmi: essere produttivi, certo, portare a termine i task della giornata, ovvio, rispettare le deadline, assolutamente sì. Ma anche sapersi ritagliare degli spazi franchi: ci aiutano a recuperare il focus, a ricaricare le pile e a goderci, in questo caso, ciò che abbiamo nel piatto.

Ad esempio, in pausa pranzo io guardo sempre una puntata della mia serie tv del momento, per gustarmi al massimo questo momento di relax.

PS. Ora sto seguendo Alias Grace: consigliata!

Anna Lisa De Vincenzo – Copywriter e docente di comunicazione web

Un posto tutto per noi

Il consiglio che sarebbe stato più utile per la me stessa degli inizi è senz’altro quello di separare fisicamente la parte lavorativa dalla vita familiare. L’ideale sarebbe avere una stanza interamente adibita a ufficio che contenga tutti il necessario per svolgere il proprio lavoro, ma potrebbe essere sufficiente anche una parte di una stanza con una scrivania e quel che serve per svolgere la propria attività. All’inizio io lavoravo al tavolo della cucina e c’era sempre una gran confusione, sia in casa sia nella mia testa. Passare a una scrivania relegata in un angoletto prima, e a una stanza tutta per me poi, mi è stato davvero utilissimo.

Valentina Muccichini – Traduttrice

Respirare e non temere di rallentare

Per chi ha da poco iniziato con il telelavoro consiglio di lavarsi, non lavorare in pigiama, a letto o sul divano, prendersi delle pause adeguate (anche usando un timer), focalizzarsi sulle priorità, imparare a riconoscere le proprie priorità.

Bere caffè, idratarsi, no ai biscotti e sì alla frutta secca.

Sento molte persone che sono al primo approccio con lo smartworking: lavorano di più di prima e in più seguono corsi gratuiti, webinar, impastano chili di pane…

Riposate. Datevi del tempo per guardare nel vuoto. Non temete il silenzio, l’immobilità. Permettetevi di rallentare, chiudere gli occhi, sentire la noia e anche la paura. E respirare.

Manuela Ragni – Editor 

A questi preziosissimi consigli vorrei aggiungere quello che per me funziosa da sempre:

To-do-list da 3

Di liste ne ho sempre fatte moltissime, spesso troppo lunghe. Di propositi, della spesa, di task da spuntare. Alcuni punti avevano anche dei sottopunti. Non fatelo! Per me nell’autogestione del lavoro da casa per essere efficienti basta una lista con 3 punti. Perché solo tre? Perché è un numero sempre fattibile. Ci sono giorni in cui portare a termine tre compiti sarà una vera fatica, ma una volta fatto, ci sentiremo bene con noi stessi. Altre volte, troveremo il tempo per portarci avanti anche con un quarto o addiritttura un quinto task. E quando succede, ti alzi dalla sedia che ti senti alla grande!

In ultima, nessuno nasce “imparato” e tutti ci stiamo adattando al meglio delle nostre possibilità a questo evento così sconvolgente. Siamo pazienti con noi stessi. E cerchiamo di darci una mano anche in un momento in cui dobbiamo tenere le distanze, perché spesso sono proprio le distanze ad unirci.

Insegnare agli adulti: English for grown-ups

corsi di lingue per adulti

Chi pensa di intraprendere la carriera dell’insegnante di lingue per adulti deve prima di tutto chiedersi chi saranno i suoi studenti. L’età conta? Ebbene, sì.

Da quando mi occupo di formazione per adulti posso dire di aver visto tantissime classi diverse, ma tutte avevano delle caratteristiche comuni. 

Il mio obiettivo non è stabilire se insegnare agli adulti sia o non sia più semplice di insegnare a bambini e ad adolescenti. 

Ma ci sono delle criticità che vanno prese in considerazione se gli allievi sono over 18, in particolare se la materia d’insegnamento sono le lingue straniere.

Perché imparare una lingua straniera da adulti?

Le motivazioni sono di solito due: divertimento o necessità. All’insieme divertimento appartengono la voglia di viaggiare, la passione per la musica, un parente/amico straniero con cui comunicare, la volontà di leggere o guardare un film in lingua, il fascino per una cultura diversa dalla propria. L’insieme necessità invece è quello che comprende il dover conoscere una lingua straniera per poter accedere a un posto di lavoro o per migliorare le proprie competenze professionali, un prossimo trasferimento all’estero, la volontà di seguire i figli nello studio, il bisogno di poter accedere a delle informazioni anche in lingua straniera.

Lo studente adulto: croce e delizia

Conoscere i bisogni dello studente è fondamentale ma ci sono altri fattori e difficoltà da non perdere di vista. Provo di seguito a elencare quelle che a mio avviso e secondo la mia esperienza sono le variabili da tenere sempre presente:

la motivazione

Per quanto un adulto si impegni economicamente per poter frequentare un corso di lingua, per quanto grande sia il suo entusiasmo iniziale, la sua motivazione può vacillare molto facilmente. Ci sono diverse ragioni per un allievo perde l’interesse: altri impegni che lo preoccupano, non vedere subito dei risultati, non sentirsi parte di un gruppo classe, appartenere a un livello più alto o più basso rispetto agli altri, non apprezzare il ritmo della lezione o i temi trattati.

La motivazione può essere stimolata dall’insegnante, ma solo in parte. Infatti, è vero che è compito del docente fare tutto il possibile per stimolare l’attenzione, la partecipazione e l’interesse, ma se lo studente adulto non ha veramente intenzione di impegnarsi, difficilmente riuscirà ad ottenere dei risultati.

la costanza

Ci sono adulti molto costanti, sopratutto coloro che si iscrivono dopo la pensione e quindi hanno più tempo libero da dedicare alla pratica e all’esercizio. 

Gli studenti adulti sono, come direbbe una mia amica e collega, “peggio dei bambini”. Talvolta prendono il corso sottogamba sperando di fare affidamento solo sulle conoscenze pregresse e dedicando poco impegno al corso oltre alle ore passate in classe.

Ai miei allievi ripeto spesso che imparare una lingua è come correre una maratona: non riuscirai mai a correre 42km consecutivi, se ti alleni raramente o senza mettere alla prova le tue capacità e la tua pazienza. Aver studiato inglese per cinque anni alle superiori per poi abbandonarlo per altri dieci significherà ricominciare tutto (o quasi) da capo. La buona notizia è che la mente (come le gambe) se allenata con costanza, dà sempre ottimi risultati.

il background

Quando una maestra insegna a una prima elementare tutti i bambini hanno la stessa età, più o meno lo stesso livello di conoscenze e più o meno lo stesso “percorso scolastico” alle spalle. 

Le classi di adulti sono invece molto eterogenee per età, livello di istruzione, obiettivi, provenienzaCapire chi si ha di fronte e come interagire con ciascuno di loro e con l’intero gruppo richiede il tempo di alcune lezioni ma soprattutto un grande spirito di osservazione. Grazie alle presentazioni il primo giorno è già possibile informarsi su quali sono i loro hobby, da dove vengono e che cosa si aspettano dal corso.

il gruppo 

L’impresa più ardua per l’insegnante è sicuramente quella di “fare gruppo” ovvero, di rendere tanti individui una classe. Ci vuole pazienza, inventiva e carisma. Si può sicuramente lavorare con una decina di persone che si fanno tutte gli affari loro e condividono soltanto un impegno di due ore una volta a settimana. Ma quando c’è il gruppo è tutto un altro vivere. E non solo per l’insegnante. Al docente il compito di creare delle situazioni di condivisione, di gioco e di divertimento per sciogliere la tensione. 

 

Se sei anche tu un’insegnante di lingue per adulti, fammi sapere la tua, mi farebbe molto piacere confrontarmi con te!

Se invece vuoi saperne di più su i miei corsi online o in classe ti rimando a questa pagina.

E ricorda:

“Anyone who keeps learning stays young.”

 

Imparare a scrivere… ricopiando!

tecniche di scrittura

Si diventa scrittori anche grazie ai libri che abbiamo letto

Pensa con la tua testa, sii originale, questa non è farina del tuo sacco. 

Che sia il ricordo della prof d’italiano o quella vocina malefica nella testa che si fa viva ogni qual volta che state per scrivere qualcosa, in ogni caso, sapete di cosa sto parlando.

C’è sempre stata questa idea dominante di ricercare l’originalità assoluta, il timore del plagio e della banalità quando si scrive. Ma leggere molto, ispirarci a grandi scrittori e alle loro opere, non può che impreziosire le nostre conoscenze. Non si tratta di copiare, né di emulare, ma di apprendere per poi diventare. Farci positivamente influenzare da quei libri che ci hanno resi degli appassionati lettori.

Un manuale di scrittura insolito: Seminario sui luoghi comuni

A questo proposito, oggi vi parlo di un libro che ho appena terminato e che può farvi sentire più leggeri e spensierati quando cercate ispirazione. Una guida alla scrittura composta dai brani di un corpo docente d’eccezione, ovvero, illustri scrittori di classici.

L’autore di Seminario sui luoghi comuni, Francesco Pacifico, ci racconta come, ricopiando i brani delle sue opere preferite, ha saputo poi addentrarsi nelle tecniche narrative, individuare i segreti di grandi autori e osservare con la lente d’ingrandimento della consapevolezza i classici della letteratura.

La tecnica adottata da Pacifico è molto interessante. “Appropriarsi” delle parole altrui per imparare e far propri incipit, alcuni passaggi geniali, dialoghi, descrizioni e altre memorabili meraviglie letterarie, ricopiando i passaggi che più sono rimasti nel cuore, hanno destato ammirazione o, talvolta, invidia.

Ogni aspirante scrittore si chiede innumerevoli volte come si diventa un vero scrittore. Il consiglio più inflazionato, ma anche più ragionevole, è quello di scrivere. Scrivere tanto.

Ricopiare rafforza la nostra capacità di ricordare e di conoscere

Ma il processo di leggere e ricopiare, specialmente a mano, con carta e penna, un brano significativo, è una tecnica mnemonica, a mio avviso, molto efficace.

Quando studiavo, e tutt’ora quando seguo dei corsi di formazione, scrivo, prendo appunti, disegno schemi, sottolineo… e copio frasi, citazioni o interi brani. Mi aiuta molto a riflettere sul contenuto, ad analizzarne la forma, lo stile, la scelta terminologica. 

Ai miei allievi dei corsi di lingue consiglio sempre di scrivere, fare glossari e insisto molto sugli esercizi di produzione scritta, anche se siamo ormai più abituati a digitare su una tastiera che a impugnare una penna. Il nostro cervello, ritornato a una modalità più analogica e materica dell’apprendimento, ricorda meglio ciò che ha letto e assimila un maggior numero d’informazioni.

Per me sarebbe meraviglioso poter ricordare a memoria interi brani dei romanzi o poesie che ho amato. Ma anche raccoglierli trascritti in un taccuino ha la sua forte valenza. 

Onorare l’opera di un autore può avvenire anche attraverso l’umile gesto di trasferire un’altra volta su carta, quelle parole così ben assortite e ordinate.

E chissà che sia possibile, riuscire ad accorciare così la distanza tra le nostre e quelle parole, che la nostra grafia ci possa restituire l’idea che anche noi, aspiranti scrittori, un giorno riusciremo a scrivere qualcosa degno di essere letto e ricordato.

Quali parole di Pacifico “ruberei” volentieri?

La scrittura è come uno strumento musicale di legno. Serve un buon legno per avere un bel suono. Hai delle melodie in testa, che sono le storie della tua vita, ma le devi suonare con uno strumento: la tua lingua, la sintassi, un lessico. Serve un legno che sia buono e che sia quello adatto alla tua melodia. Devi fabbricarti lo strumento da solo, con il legno giusto, andandotelo a cercare nei boschi della grande letteratura, trovando gli alberi giusti, i classici giusti.

SOS imprevisti: il mio kit di sopravvivenza

Si chiamano così, imprevisti, sostantivo maschile plurale, negativo (in-) del participio passato di prevedere, vedere prima. Qualcosa di inatteso, che non avevamo pensato potesse accadere o che mai avremmo potuto aspettarci.

Ci sono gli imprevisti belli, come le sorprese, le nuove scoperte, un bel colpo di fulmine. Ma no, non parleremo di questo, bensì di quegli eventi che, pur non essendo stati pronosticati, si manifestano. E nei momenti peggiori, di solito.

Prima o poi arrivano: la caldaia che si rompe a metà gennaio, il bambino che si ammala e sta assente da scuola una settimana (e tu lavori da casa), la macchina che ti lascia a piedi mentre stai andando ad un appuntamento importante.

Non c’è nulla che li può fermare. O forse sì.

Il mio kit di sopravvivenza contro gli imprevisti

Con mio grande stupore, vengo spesso definita una persona che sa gestire bene gli imprevisti. “Vorrei essere calma e pacata come te”, “Brava, hai risolto il problema senza andare nel panico”, “Vorrei essere come te”. No, non vorresti, fidati.

Non sono per nulla calma e pacata: nei momenti di crisi mi vedi ferma e impassibile come una statua di marmo perché altrimenti e mi sgretolerei nel vento come Lord Voldemort nei Doni della Morte.

Mentre cerco di analizzare un problema alla volta, di inspirare ed espirare, di stare nel qui e ora, di visualizzare un prato in fiore in cui scorre un fresco ruscello, sono nel panico più totale.

Nella vita, come nel lavoro, però bisogna trovare delle soluzioni, pratiche e semplici, per portare a casa la giornata, quando tutto ti rema contro, anche il cane che va tempestivamente portato dal veterinario.

Ecco il mio kit: bende e cerotti più che una bacchetta magica. Ma cosa ci volete fare, io giocavo nei boschi con i maschi alle giovani marmotte.

Materiale cuscinetto

Ci sono periodi in cui il lavoro è poco e i tempi sono dilatati, altri, invece, in cui i diversi progetti si accumulano uno sull’altro e si respira a fatica. Ed è proprio in questo secondo periodo che si presenta l’influenza intestinale o tuo figlio scambia il giorno per la notte.

Cosa fai? Tagli il superfluo, chiedi al cliente di spostare la consegna, rinunci a scrivere sul blog. Che rabbia, però. Col tempo ho imparato a preparare del materiale cuscinetto quando di tempo ne ho, faccio un po’ come la formica che in estate mette da parte le provviste per l’inverno. E l’inverno arriva sempre, parola di Jon Snow.

Di che si tratta: butto giù idee per post, scrivo articoli che vorrei pubblicare, faccio foto, scrivo mail di risposta che possono tornarmi utili. E metto in ordine tutto il materiale raccolto così da ritrovarlo nel momento del bisogno.

Il preventivo intelligente

Altra lezione imparata con l’esperienza, il preventivo intelligente. Quando indico la data di consegna per un lavoro di scrittura, traduzione o editing, mi tengo un po’ larga, cioè includo un giorno o delle ore extra, a seconda dei casi. In poche parole non faccio più la splendida o l’eroina che, pur di essere competitiva, cercava di offrire tempistiche velocissime a tutti i costi. Una certa dose di saggezza e diverse emicranie insegnano, invece, che un lavoro fatto bene, richiede il giusto tempo. Si tratta di fare bene i calcoli e preventivare qualche perdita di tempo lungo la strada.

Riserve energetiche

I tempi morti servono, anzi sono indispensabili. Invece di trovarmi a tutti i costi una qualsivoglia occupazione, quando posso, prendo una mattina libera, pranzo con un’amica, prendo la roulotte e vado via qualche giorno con tutto il mio branco. Lo ammetto, non è una passeggiata: dopo mesi in cui il cervello e il fisico sono stati sottoposti a continui stimoli, staccare la spina e godersi la lentezza di una giornata off è incredibilmente difficile.

I social, che di solito occupano anche 2-3 ore della mia giornata, il fine settimana li metto in pausa. Tutta energia e vita guadagnata, che mi serviranno quando avrò bisogno di un’immensa forza di volontà per impostare la sveglia alle 4:30 del mattino.

Rete e relazioni

Noi freelance, lavorando in proprio, spesso crediamo che siano sempre tutti fattacci nostri e di dover sbrigarcela da soli, nel bene e nel male. Non è necessariamente così, anzi, possiamo essere dei professionisti migliori se sappiamo creare una buona rete di collaboratori e colleghi a cui chiedere una mano nei momenti di bisogno.

Vi garantisco che avere un collega a cui affidare parte del lavoro o a cui chiedere di revisionare ciò che stai per consegnare, nei momenti di stress con contrattempi improvvisi, è ossigeno puro. Ed è altrettanto gratificante poter dare una mano ad un amico/a e restituire il favore.

Ultimo ma sempre primo anche quando è ultimo… il caffè

Scherzo. Il caffè, certo, non può mancare. Ma non intendo la mera bevanda a base di caffeina. Intendo, piuttosto un gesto o un rituale che aiuta a decomprimere nei momenti di panico da imprevisto.

Fare una pausa per coccolare il gatto, per bere una tazza di caffè bollente o passeggiare al parco (o tutte e tre), mi fa prendere le distanze con il problema del momento, vedere le cose più chiaramente, per poi potermi sedere di nuovo alla scrivania e fare l’elenco delle priorità.

Mio padre è un medico di base, tra i miei giochi di bambina avevo sempre una valigetta del pronto soccorso con stetoscopio, garze, cerotti e tutto il necessario. Da grande poi, non ho seguito le sue orme, ma posso dire che con il mio piccolo kit di sopravvivenza in caso di intoppi e infortuni sul lavoro, ho imparato a cavarmela abbastanza bene.

 

 

 

 

Il cibo nei libri che leggiamo: il caso Eleonor Oliphant

Il cibo fa parte della nostra cultura, è parte integrante delle nostre abitudini, come e cosa mangiamo parla di noi.

Il cibo nei libri che leggiamo, descrive tradizioni e racconta le persone. Ma non necessariamente deve apparire in opere dichiaratamente culinarie come ricettari, biografie di grandi chef, manuali o classici del food writing.

Gli esempi di food writing più interessanti che io abbia mai letto nella mia vita non si trovano in opere come Mastering the Art of French Cooking di Julia Childs, ma le ho incontrate per tra le pagine di romanzi con un piglio insospettabilmente… gastronomico.

Volete un esempio?

Il caso Eleonor Oliphant sta benissimo

Ho letto questo libro prima di Natale, stava appollaiato nello scaffale delle novità delle mia biblioteca e l’ho preso un po’ scettica, come ogni volta che scelgo un libro di cui si sta parlando molto. La storia è molto commovente, intensa e, in certi punti, addirittura tagliente. Parla di solitudine, di violenza domestica, di amicizia, ma soprattutto di rinascita.

Non è sicuramente un libro dal quale ti aspetteresti di trovarti a tu per tu con delle narrazioni gastronomiche emozionanti. E invece, sorpresa.

Eccone alcune.

Dal lunedì al venerdì arrivo alle 8:30. Mi prendo un’ora di pausa pranzo. All’inizio mi portavo un sandwich, ma a casa il cibo scadeva prima che riuscissi a finirlo, quindi adesso mi compro qualcosa nella via principale. Il venerdì termino sempre con una visita da Marks and Spencer, che conclude bene la settimana. Ogni giorno mi siedo sempre nella saletta per i dipendenti con il mio sandwich e leggo il giornale da cima a fondo, dopodiché faccio le parole crociate. […] Preparo la cena e la mangio ascoltando The Archers, il radiodramma su BBC4. Di solito mi faccio una pasta col pesto e dell’insalata: una pentola e un piatto. La mia infanzia è stata piena di contraddizioni culinarie e nel corso degli anni ho cenato sia con capesante pescate a mano sia con merluzzo precotto. Dopo aver riflettuto a lungo sugli aspetti politici e sociologici della tavola, mi sono resa conto di non provare alcun interesse per il cibo. Le mie preferenze vanno al mangiare economico, rapido e semplice da reperire e preparare, ma che al tempo stesso fornisce a un individuo gli elementi nutritivi necessari a mantenersi in vita.

Un po’ più avanti…

La pizza era eccessivamente unta e la pasta era molle e insapore. Decisi subito che non avrei mai più mangiato una pizza a domicilio, e di sicuro non con il musicista. Se ci fosse mai capitato di volere una pizza e fossimo stati troppo lontani da un Tesco Metro, sarebbero potute accadere due cose. La prima: avremmo preso un taxi per il centro e avremmo cenato in un bel ristorante italiano. La seconda: lui avrebbe fatto la pizza per entrambi, partendo da zero. Avrebbe preparato l’impasto, stendendolo e lavorandolo con quelle dita lunghe e affusolate, sbattendolo fino a ottenere ciò che voleva. Si sarebbe messo ai fornelli, avrebbe fatto sobbollire i pomodori con erbe aromatiche fresche, trasformandoli in una salsa ricca, fluida e rilucente di olio d’oliva. […] Dopo aver composto la pizza, ricoprendola di carciofi e finocchi tagliati fini, l’avrebbe infilata in forno […]. Avrebbe lentamente cavato il turacciolo da una bottiglia di Barolo con un lungo schiocco soddisfacente e l’avrebbe messa in tavola, poi avrebbe spostato la sedia per me.

Mica male per una che non è per nulla interessata al cibo, no? 😉

(in ufficio) Ho la mia tazza e il mio cucchiaio, che tengo nel cassetto della scrivania per motivi d’igiene. I miei colleghi pensano che sia una stranezza, o almeno lo deduco dalle loro reazioni, ma loro sono felici di bere da contenitori sudici, lavati distrattamente da mani sconosciute. Non riesco nemmeno a concepire l’idea d’infilare un cucchiaino, leccato e succhiato da uno sconosciuto neanche un’ora prima, in una bevanda calda. Disgustoso. 

(il tè in questione è Darjeeling di prima fioritura)

Concludo con questo ultimo ritaglio:

Per la prima volta nella mia vita da adulta ero andata in un fast food, un posto enorme e chiassoso all’angolo con il locale del concerto. […] Mi domandavo perché degli esseri umani fossero disposti a fare la coda a una cassa per ordinare del cibo industriale, portarlo poi a un tavolo che nemmeno era stato apparecchiato e mangiarlo dalla carta. Infine, nonostante abbiano pagato, i clienti stessi sono responsabili dell’eliminazione dei rifiuti. Molto strano. Dopo aver riflettuto un po’, avevo optato per un quadratino di un pesce bianco non meglio definito, rivestito di briciole di pane, fritto e quindi infilato in un panino eccessivamente dolce, accompagnato curiosamente da una fetta di formaggio conservato, una foglia moscia di lattuga e una specie di bava bianca, salata e piccante, che rasentava l’osceno.

Mi fermo qui, ma ne ho segnate davvero molte altre di queste dilungazioni e narrazioni sul cibo.

E’ o non è food writing questo?

Io dico di sì. Se vogliamo fare un’analisi dettagliata, troviamo tutte le caratteristiche necessarie a rendere una descrizione gastronomica efficace: l’utilizzo dei cinque sensi per descrivere il cibo, l’esperienza gastronomica, il cibo come ricordo o come abitudine, il modo di mangiare come descrittore di una persona, di una cultura e del significato sociale che il cibo ha. Trovo molto interessante poi, che non ci si limiti a descrivere solo cibo buono, che invoglia, che stuzzica. Compare anche il cibo utile, che soddisfa necessità primarie, e il cibo pessimo e di cattiva qualità.

In più, la protagonista si racconta attraverso ciò che sceglie di mangiare e come lo mangia. Il suo rapporto con il cibo ci dice che vive in maniera pratica per minimizzare gli sforzi, le spese e i rapporti interpersonali, che non ha una vita sociale, ma conosce molto bene la differenza tra ciò che è buono e ciò che non lo è. E’ un’acuta osservatrice e non si accontenta di qualsiasi cosa. Ma soprattutto conosce i cibi raffinati e come si preparano.

Perché volevo raccontarvi tutto ciò

Mi trovo spesso a parlare del lavoro del food writer. Mi scontro spesso con pregiudizi legati a questa etichetta professionale un poco sfocata. E quando non devi spiegare da capo cosa significa scrivere di cibo, spesso ti trovi di fronte a chi crede che il food writer sia un critico o, al massimo, un food blogger. Anche a chi scrive di cibo ad un certo punto capita di fossilizzarsi e chiudersi nelle proprie dinamiche e dimenticare cosa c’è lì fuori ancora da esplorare.

Trovare in un romanzo, così tanto spazio per il cibo, è un’esperienza speciale. Mi ha fatto battere il cuore. Che Gail Honeyman sia o non sia una food writer, questo poco importa. Ciò che conta è che se lo volesse, lo farebbe maledettamente bene.

Sbagliare è umano, parlarne è divino

Sbagliando s’impara, l’avete mai sentito dire? E’ una frase fatta che sentiamo ripetere da sempre da chi ne sa più di noi, ma quando si parla di lavoro (e non solo) facciamo fatica a parlare di errori e fallimenti. Mi sono chiesta il perché e ho cercato di capire quali sono le motivazioni che ci impediscono di vedere uno sbaglio come un’occasione per imparare e di parlarne apertamente.

Perché è difficile parlare dei nostri fallimenti

Probabilmente, come molti di voi sono cresciuta in un contesto sociale che non ammette errori di percorso e che glorifica in base ai successi.

Se hai successo significa che non hai commesso errori. Hai preso le decisioni giuste, hai avuto la cosiddetta botta di culo, hai imparato da persone autorevoli, sei intraprendente, intelligente, geniale. E chi non vorrebbe essere così?

Ma vi è mai capitato che nonostante aveste fatto secondo il manuale poi le cose non fossero andate come speravate?

Che tutto l’impegno, l’esperienza, le fatiche compiute vi abbiano poi comunque condotto a un punto morto, se non proprio a sbattere la testa su un muro con su scritto EPIC FAIL?

Giusto per andare controcorrente, vi racconto il mio primo grande insuccesso e un grande bruciore di stomaco.

Giuda ballerino!

Poco dopo la laurea triennale, mi viene commissionata una prova di traduzione per poter collaborare con una piccola agenzia di traduzione che si occupava (qui chi è del mestiere ora riderà di gusto) di fumetti. Sì, signore e signori, fumetti.

Ero emozionata, al settimo cielo. E, ad essere del tutto sinceri, anche un po’ tronfia dato che ero una devota lettrice e spasimante di Dylan Dog.

Arriva la prova di traduzione e io, fresca di laurea, conosco per filo e per segno la teoria.

La traduzione è dall’inglese, qualche pagina di un numero di Superman. E’ quasi troppo semplice. Così semplice che vado in panico, l’ansia prende il sopravvento. Non può essere così semplice, mi dico. Perdo tempo su inezie, correggo e cambio versione più e più volte. Abbandono la traduzione e la riprendo il giorno dopo. La rileggo e la cestino. E più passano le ore, più mi agito perché immagino il mio committente che picchietta l’indice sul polso, tic toc tic toc, mentre solleva gli occhi al cielo.

Com’è andata a finire?

Male. Non era una buona prova. Cosa mancava? Con il senno di poi direi, la luciditàLa lucidità mi avrebbe fatto capire che quella traduzione era la cartina tornasole della mia paura di sbagliare e della mia inesperienza. Per paura di sbagliare non avevo osato, non ero stata creativa dove sarebbe servito, volevo stare sul sicuro e ho dimenticato il lettore.

Chi legge un fumetto ha bisogno di testi scorrevoli, credibili, capaci di intrattenere… e cosa avevo consegnato io? Uno scambio di battute piatto e impersonale, condito con un errore di battitura. Pure.

Dopo che la mia prova venne rifiutata, non ne parlai con nessuno. Ho chiuso l’ esperienza in un remoto cassetto mentale e ho fatto finta che non fosse mai successo.

Ironicamente, il mio più grosso errore fu aver paura di commettere errori.

Che senso ha parlare dei propri fallimenti?

Il fallimento, per quanto possa essere motivo di vergogna, non solo può rivelarsi un episodio positivo per il nostro rendimento e crescita professionale ma ci può insegnare qualcosa su noi stessi.

In più capita a tutti, prima o poi, di fallire. Fa parte del nostro essere umani, per natura imperfetti, ma in continua evoluzione.

A distanza di quasi 10 anni mi sento davvero ridicola ad aver reagito in quel modo. Ma è pur sempre il modo più plausibile in cui una persona immatura si sarebbe comportata. E io immatura lo ero eccome.

Pur avendo tutte le competenze per svolgere quel lavoro, avevo sbagliato completamente l’approccio. Cosa sarebbe cambiato se, invece, al tempo ne avessi parlato con un insegnante o con le mie colleghe? Quanto avrei giovato di un buon consiglio o di una parola di sostegno durante il lavoro? Insomma, ci stava, era la mia prima vera prova di traduzione. Avevo 21 anni.

Gli errori che ci fanno bene

Non ricordo chi disse che non si impara dai successi, ma bensì, dagli errori che commettiamo. Niente di più vero. Questo non dovrebbe incitarci a sbagliare a più non posso, a lavorare distrattamente o a non impegnarci al massimo.

Imparare a essere un po’ meno severa con me stessa, a chiedere scusa, a rimediare e accettare che la perfezione non esiste… questo mi ha aiutato molto. Ancor più utile mi è stato, imparare a parlarne, a confrontarmi e a prendermi un po’ meno sul serio.

Abbiamo il dovere di imparare dai nostri errori. Dagli incidenti di percorso bisogna trovare un modo di riemergere, ed è quello il momento di crescita. E’ così che forgiamo la nostra esperienza e acquistiamo sicurezza. In quel momento, il nostro modo di lavorare passa di livello e somigliamo un po’ di più al professionista che vorremmo essere.

Sono ancora distante dal vivere i momenti di stress e gli intoppi con la pacata risolutezza di un sorridente monaco buddista.

Ma dai miei fallimenti ho imparato due cose importanti.

La prima è che in caso di fallimento conclamato o imminente, si può chiedere aiuto (o scusa). La seconda, è che una volta superata la crisi, sei ancora più forte di prima.

Consigli per gli ascolti

Se siete interessati a imparare dai vostri errori e da quelli degli altri, vi consiglio un podcast eccezionale The Other F Word, in cui F sta per Failure. Storie di persone umane come noi, che non fanno sempre centro, ma che hanno capito come aggiustare il tiro.

Leggere libri o ascoltare audiolibri?

differenze tra libri e audiolibri

Come vi avevo preannunciato nel primo post di quest’anno, da qualche mese ho fatto una scoperta molto interessante: gli audiolibri. Oggi vi vorrei raccontare cosa mi piace degli audiolibri e come valuto la lettura/ascolto di un’opera rispetto alla lettura tradizionale. Insomma, pro e contro.

Quelle che seguono sono le mie considerazioni dopo 25 anni da lettrice vecchio stile e 4 mesi da ascoltatrice di audiolibri utilizzando Storytel.

Fattore libertà: Audiolibri 1 – Libri 0

L’audiolibro è sinonimo di libertà. Sicuramente, lo è per chi come me è una mamma che lavora e quindi ha sempre migliaia di cose più importanti da fare piuttosto che sedersi e leggere un bel libro. Ascolto audiolibri principalmente mentre sono in auto, mentre stiro o faccio altri lavori di casa e mentre faccio sport. E leggere mentre ci si allena è la vera svolta motivazionale per tutti i tendenzialmente pigri come me.

Avere le mani libere, poter accedere ad un nuovo livello di multitasking e la possibilità di ascoltare libri praticamente ovunque, sono tutti punti ben segnati che fanno dell’audiolibro il vincitore del primo match.

Fattore sostenibilità: Audiolibri 1 – Libri 0

Anche il secondo match se lo aggiudicano i libri ascoltati, dato che dopo aver comodamente scaricato l’app e aver acquistato un abbonamento, bastano le cuffie del telefono o una buona cassa per disporre del proprio audiolibro. Sono molto green, per il semplice fatto che non richiedono l’utilizzo di carta, cartoncino, inchiostro e trasporto. Sono anche molto minimal, se vogliamo essere pignoli, perché non occupano spazio sulla libreria.

Fattore sonoro: Audiolibri 0 – Libri 1

La voce narrante degli audiolibri di solito è un attore, qualche volta l’autore stesso. La scelta del narratore o della narratrice influisce molto sulla godibilità dell’esperienza. Vi faccio un paio d’esempi. Il mio primo audiolibro è stato La Sovrana Lettrice, letto da Paola Cortellesi. (Io adoro Paola Cortellesi). Il fatto che fosse lei a leggerlo, in tutta la sua bravura ed eleganza, ha reso l’esperienza piacevolissima. Da poco, invece, ho terminato Lamento di Portnoy di Philip Roth, libro che anni fa avevo fatto fatica a leggere in versione cartacea ma che mi aveva molto affascinata. Il narratore, questa volta, è Luca Marinelli che definire bravo è un eufemismo. L’intera narrazione è il soliloquio del protagonista durante una seduta psicoanalitica, in cui il terapista non parla mai. E per quanto trovi l’interpretazione di Marinelli magistrale, il fatto che il narratore abbia un accento spiccatamente romano, mi ha richiesto un po’ di tempo per abituarmi al fatto che un ebreo americano del New Jersey degli anni ’50 potesse avere una simile pronuncia.

Avrei potuto fare di meglio? Non di certo come lettrice ad alta voce. Ma, non so voi, io quando leggo, dopo un po’ sento i personaggi parlare, do loro una voce a seconda di come me li immagino e li vedo agire. Ritengo che sia uno dei grandi piaceri della lettura e, purtroppo, con l’audiolibro ci viene tolta la possibilità di dare voce autonomamente ai personaggi che incontriamo nel racconto.

[mini spoiler: Luca Marinelli nella parte di Portnoy che imita sua madre è esilarante]

Fattore edonistico: Audiolibri 0 – Libri 1

I libri fatti di copertina, tallone e fogli rilegati rimontano. Come mai? Perché per me, il libro che si tiene in mano e si vive fisicamente con il contatto, tattile e visivo, e perfino con l’olfatto (sì, i libri profumano), è qualcosa di impareggiabile. In più, sono un oggetto spesso bello da possedere. A questo punto, tutti gli accumulatori di libri, vittime dello tsundoku, dall’altra parte dello schermo mi capiranno.

Fattore interazione con il testo: Audiolibri 0 – Libri 1

Sapete una cosa che mi da un immenso piacere? Trovare nei libri che leggo una frase poetica, uno scambio di battute pungente, un’affermazione che mi dà una lettura sensazionale del mondo e poi… sottolineare! Ho perfino un taccuino in cui mi segno le citazioni che ho amato di più. Con gli audiolibri questo non si può fare. In questo caso, l’ebook reader penso che rappresenti la migliore delle soluzioni per chi ama collezionare pensieri e parole scritti da altri perché è possibile sottolineare il testo e i ritagli vengono automaticamente salvati in una cartella. Per ora, con gli audiolibri ho ovviato al problema in questo modo: prendo nota del minuto, ci ritorno successivamente e trascrivo tutto nel mio taccuino.

Fattore nostalgia: Audiolibri 1 – Libri 1

Se dicessi a mio padre, il cantore di storie della mia infanzia, che da qualche mese ascolto audiolibri e che lo faccio tramite un’app sul cellulare, so che penserebbe qualcosa come “ecco cosa si sono inventati adesso!”. Se invece gli cantassi “A mille ce n’é, nel mio cuore di fiabe da narrar…”, sono certa che gli verrebbe in mente il nostro stereo in salotto e io quattrenne che ascolto a loop I musicanti di Brema delle Fiabe Sonore. C’ho pensato proprio ieri. Ero sul divano con mio figlio e insieme abbiamo ascoltato Giulia Bau e i gatti gelosi di Bianca Pitzorno. Un momento emozionante: ho provato una grande commozione, sono tornata bambina insieme a lui.

In questo confronto, i due contendenti escono entrambi vincitori.

Dunque, chi vince tra libri e audiolibri?

Stando ai miei criteri di valutazione vincono, seppur con poco scarto, i libri tangibili, sfogliabili, quelli che ci dobbiamo leggere da soli, ecco. Tuttavia, a mio avviso, la lettura è un’esperienza così vasta che non mi sento di affermare che non possano trovare posto tutte e due le modalità.

Grazie agli audiolibri, sono riuscita finalmente a trovare il tempo per ricominciare a leggere anche i libri cartacei, dopo un periodo in cui leggevo davvero poco rispetto ai miei standard. E ci sono libri, come il sopracitato Lamento di Portnoy, che non avrei mai più riletto se non fosse stato nel catalogo di Storytel.

Avere più di un modo di accedere alla letteratura non può che ampliare il nostro spazio di lettura, il tempo che dedichiamo alle parole e alle grandi storie.

Minimalismo e mente creativa

Ci sono giorni in cui vorrei che la mia mente fosse una stanza minimal e luminosa, un luogo ameno e pinterestiano.

Un appendiabiti mezzo vuoto, un cardigan, un jeans e una polo a righe, la borsa color cammello appesa su un lato, delle sneakers immacolate appaiate sul tappeto di rafia. Una pianta rigogliosa e un plaid a quadri rilassatamente accasciato su di una poltroncina anni ’50.

Ah, il minimalismo: pace e benessere! Se la mia mente, se la mia scrivania, il desktop di questo computer, la mia vita fosse così.

Ho scoperto cosa volesse dire eliminare il superfluo leggendo Il magico potere del riordino di Marie Kondo. Credo fosse il 2015. Mentre leggevo il suo libro, la nipponica dell’ordine m’insegnava cose che avevo già compreso da sola, cioè che accumulare oggetti mi avrebbe portato alla follia, e altre più drammaticamente nuove ma sensate, ovvero come fare a vivere meglio con meno.

Anche se non sono riuscita a rivoluzionare come avrei voluto la mia esistenza e, sì lo ammetto, il capitolo sulla gestione dei libri, mi ha profondamente indignata, ho beneficiato anch’io del piacere di salutare la gonna che avrei messo quando avrei perso 10-15kg o il vestito che ho comprato un giorno, non so sotto l’effetto di quale sostanza allucinogena.

Per il disordine mentale, è tutta un’altra storia. E non basta uno studio arredato con mobilio scandinavo inondato di luce e musica jazz per risolvere la matassa di pensieri che alberga nella mia scatola cranica. Ma c’è un ma.

Il ma.

Mi sono chiesta infatti, quale sarebbe stata la differenza se la mia mente avesse avuto un aspetto simile a un armadio o una scrivania con pochi ma essenziali oggetti, tutti scelti con cura, perché belli, funzionali e di buona qualità. Oggetti che mi comunicassero chi sono, che mi appartenessero e mi facessero sentire felice.

Boom.

Traduciamo la metafora e portiamola nel fluttuante e caotico universo dei pensieri di chi per lavoro crea con la mente. Il mio grosso problema (ma, ironicamente, anche la mia più grande risorsa) sono le idee. Ci sono giorni in cui tutto è limpido e sereno là dentro: si fa quel che c’è da fare e tutto scorre.

Ci sono dei giorni, o delle settimane anche, in cui le idee esplodono. Come petardi la notte di Capodanno. Alcune sono ottime, altre mediocri, ma tutte si mescolano ai pensieri su lavori già in corso d’opera, scadenze e altre amenità della vita quotidiana.

Non saper gestire gli eccessi di creatività, per me, equivale a non averla proprio tutta questa creatività. Per cui, la soluzione che ho trovato, comporta tre piccole azioni che puntualmente mi aiutano a far ordine nella testa:

Fare ordine da qualche altra parte

Allontanarmi dalla scrivania per il tempo necessario a mettere in ordine qualcosa che non c’entra nulla, come il cestino dei calzini spaiati o la dispensa di tè e tisane. E’ semplice, sposta la mia attenzione su qualcos’altro e al contempo mi dà soddisfazione perché faccio qualcosa di utile.

Uscire di casa

Quasi sempre lavoro da casa. Questo significa non essere sempre in grado di non notare faccende in sospeso o di ignorare un gatto piagnucolone che non si sa come mai vuole entrare e uscire dalla finestra. Sto scrivendo colta da una furente ispirazione e DIN DON il corriere. Ed ecco che, il tempo di scendere le scale e ritirare il pacco, non riesco più a riprendere il filo del discorso. In questi casi, fare una passeggiata aiuta a sbollire la rabbia da perduta concentrazione. A volte, invece, se sento che ho una mattinata di confusione mentale, prendo le mie cose e lavoro fuori casa. Funziona quasi sempre.

Scrivere analogico

Intendo come si faceva una volta, carta e penna. Ma anche matita, colori, adesivi ed evidenziatori. Il potere della scrittura come gesto fisico, concreto, palpabile è una sensazione meravigliosa. Fai una lista e capisci subito che non è fattibile portare a termine tutti quegli obiettivi entro la giornata. Tutto appare meno ingarbugliato di quel che è.  I pensieri li capisci con un altro occhio quando sono scritti nero su bianco. Dai la priorità.

Non so se la mia mente sarà mai una stanza essenziale. Ma ho capito come fare ad aiutarmi a mettere i pensieri al loro posto o, per lo meno, ad accorgermi del caos e intervenire. Ho imparato che il minimalismo può essere creativo e viceversa. Ho capito anche che senza penne e taccuini sono persa, e che non c’è nessuna Marie Kondo che me li possa toccare.

 

Ph. Credit: Vetta Capsule

 

Foodwriting: le parole esauste quando si parla di cibo vegan

State per leggere un articolo un po’ spinoso, per nulla accondiscendente o buonista. Vi parlerò di foodwriting in ambito vegan, ovvero di terminologia, stili e contenuti che riguardano la cucina vegetale.

Scrivo di cucina vegana da diversi anni ormai: ho iniziato con un blog di ricette, per poi scrivere per riviste e siti di cucina, ho scritto un libro, ho curato alcune pubblicazioni e per lavoro aiuto aziende che producono cibo vegetale o linee vegane a comunicare con i consumatori.

Nel 2017, durante la prima edizione di Artigiani delle Parole, la bravissima Annamaria Anelli ha tenuto un discorso illuminante sul “fascino delle parole vuote”. Mentre lei leggeva e commentava testi aziendali e annunci immobiliari di una (interessantissima) noia mortale, io me ne stavo seduta tra i presenti, con blocco e penna in mano. Quello che diceva riguardava anche me, il mio mondo e il mio modo di scrivere. Alla fine del suo discorso ho capito l’urgenza di abbandonare le parole esauste che riempivano i testi che scrivevo, uscire dagli schemi e alzare l’asticella della qualità.

Frasi fatte, strausate e ormai sgualcite del vegan

Quello che possiamo notare tutti, senza sposare necessariamente la causa, è che il vegan food è un mercato in costante crescita. Tuttavia, se prestiamo attenzione ai contenuti, alle parole che descrivono e raccontano questo tipo di cucina e scelta etica, ci rendiamo conto che ci sono delle espressioni ormai esauste di cui non se ne può più.

Una sorta di corollario di termini, frasi fatte, concetti triti e ritriti di cui dopo così tanto tempo dalla prima apparizione del termine vegano possiamo fare a meno. O me lo auspico.

Ora basta discorsoni, andiamo alla ciccia (vegana ovviamente). Ecco quelle che eliminerei subito.

  • “una cucina buona e sana”: questa espressione, viene ripetuta fino allo sfinimento. Sottintende che quello che non è vegano è potenzialmente cattivo e nocivo. Può anche essere vero, com’è vero che un piatto vegetale può essere insapore o completamente sbilanciato e un dolce fritto e pieno di zucchero è vegano ma per nulla salutare. Valutiamo da contesto a contesto se vale la pena usare questa espressione come riempitivo o possiamo fare di meglio.
  • “100% vegetale”: quest’espressione nasce essenzialmente per non ripetere o evitare “vegan(o/a)” ed è la sorella brutta di “tutto vegetale“. Ho un aneddoto simpatico per voi. Ad una riunione sul lancio di un nuovo prodotto, si stava parlando del packaging e la grafica ingaggiata dal cliente non faceva che ripetere entusiasticamente che avrebbe scritto 100% vegetale in ogni luogo e in ogni lago della confezione. Le opzioni presentate al cliente, infatti, vedevano questa scritta a lettere cubitali campeggiare ovunque, in un caso era perfino più in grande del nome del prodotto stesso. Si tratta di un’azienda che da quasi vent’anni produce alimenti vegetali e alternative alla carne, con un’identità ben precisa, distribuita da negozi e canali che sposano una certa etica. Avevano solo bisogno di una confezione un po’ più accattivante. Perché asfissiare lo spazio a disposizione con una scritta brutta, vuota, solo perché pensi che vada di moda e che ci si aspetti questo? Qualcuno nel 2019 ha ancora dubbi che il tofu non sia di origine vegetale?
  • ….vegetale ma senza rinunciare al gusto“: io spero vivamente che nessun tipo di cucina rinunci al gusto, sennò mangeremmo cartone o la sbobba che danno a Neo in Matrix. Probabilmente, si vuol intendere che anche se non mangiamo una fiorentina grigliata o una tagliatella al ragù possiamo ancora sperare di sperimentare qualcosa di gastronomicamente interessante. Vi svelo un segreto: non solo è possibile, ma si può anche raccontare con parole più saporite.
  • “una cucina etica”: scrivere etico parlando di cibo vegano, può non andare sempre bene. E’ un termine che, a mio avviso, andrebbe preso con le pinze. Etico non significa solo che un cibo non contiene animali o non sfrutta animali per essere realizzato, si estende anche all’impatto ecologico che ha tutto il processo produttivo e distributivo e alle condizioni e alla remunerazione dei lavoratori coinvolti. Non diamo per scontato che un cibo vegetale sia per forza anche etico: il concetto di cruelty-free è relativo e va centrato in modo adeguato.

Ce ne sarebbero molti altri forse da aggiungere, e probabilmente ritornerò a scrivere sul tema prima o poi.

Ogni ambito e area di specializzazione ha le proprie frasi fatte, espressioni tipiche e logore, quelle che soffocano il testo più che renderlo un mezzo di comunicazione potente ed efficace. Gli addetti ai lavori lo sanno, ma com’è successo a me, spesso si cade nei cliché, nella comodità di scrivere ciò che ci si aspetterebbe di leggere, piuttosto che far emergere nuove soluzioni, che dicano la stessa cosa, ma con un piglio nuovo e fresco.

Siccome ci tengo, riprenderò il discorso prossimamente anche fuori dal blog: il 25 marzo terrò una lezione online con Langue&Parole che fa parte di un corso più ampio e strutturato dedicato a Food Writing e Food Photography.

Se l’articolo vi ha stuzzicato le sinapsi e vi va di proseguire la conversazione ci vediamo lì.

Food writing e food trend 2019: come e di cosa si parlerà quest’anno

Da quando ho iniziato a scrivere di cibo online e a occuparmi di food writing, ho capito l’importanza di saper individuare le tendenze del settore per poterne parlare in modo consapevole e aggiornato.

Il settore food, che si parli di ristorazione, critica gastronomica, social media o editoria, come ogni altro settore segue delle tendenze che non dobbiamo necessariamente cavalcare se non sentiamo nostre, ma che sicuramente vanno conosciute se vogliamo scrivere di cibo in maniera professionale.

Quali saranno i food trend 2019

Il 2019 sarà l’anno votato alla sostenibilità e all’esaltazione del cibo sano, vegetale e di ottima qualità.

Negli anni passati abbiamo già visto comparire a scaffale moltissimi prodotti biologici, alimenti ritrovati, una maggior varietà di cereali e pseudo-cereali, le tanto discusse bevande vegetali. Non solo nei blog, ma anche in ricettari e manuali di cucina pubblicati e nei menù dei ristoranti abbiamo iniziato a notare la presenza sempre maggiore di cibi non processati, sempre meno raffinati, una diminuzione dell’utilizzo di grassi animali, sono spuntate opzioni vegan e senza glutine in ogni dove. Anche le grandi aziende alimentari che fondano il proprio core business su processi produttivi tradizionali non proprio sostenibili o salubri, hanno investito nella creazione di linee vegan, bio, km0, annusando la necessità di soddisfare un target di consumatori sempre più consapevole e attento.

Negli ultimi due anni sempre più persone hanno imparato a leggere le etichette, sono nate app che a partire dal codice a barre riconosco l’INCI dei prodotti, calcolano le calorie e riportano la lista degli ingredienti. C’è chi dice che il 2017 e il 2018 sono stati gli anni in cui dietisti e nutrizionisti hanno fatturato di più, e io non posso che sottoscrivere.

Detto ciò, vediamo quali cibi saranno di tendenza nel 2019.

Cibi fermentati e gut-healthy

Ultimamente i cibi fermentati e buoni per l’intestino sono entrati timidamente ma in maniera costante tra i contenuti e i prodotti più cercati. L’anno prossimo lo saranno ancor di più. Tra le pubblicazioni spopolano i manuali di fermentazione per autoprodurre kombucha, kimchi, kefir o di autoguarigione attraverso una dieta ricca di probiotici. La vera novità, però, sarà trovarne sempre di più anche sugli scaffali dei negozi o tra le proposte di ristoranti e bar.

Cibi sostenibili, packaging ecologici

I cibi molto processati, contenenti ingredienti artificiali, incelofanati, sigillati in piccole monodosi e contenitori di plastica, con cannucce, cucchiaini, forchettine monouso, avranno sempre meno mercato, saranno sinonimo di bassa qualità e di arretratezza. Insomma, comprare e acquistare una merendina contenente, per esempio, mono e digliceridi degli acidi grassi (provenienti da scarti dell’industria della carne e del pellame), priva di aromi naturali e magari impacchettata singolarmente in plastica contenuta in una scatola di cartone e a sua volta ricoperta di plastica… beh, sarà alla moda e popolare come girare in centro con un auto non catalitica indossando una bella pelliccia di cuccioli di Dalmata.

Saranno ampiamente incoraggiate e premiate tutte quelle piccole e grandi attività che sposeranno la sostenibilità attraverso la scelta di confezioni ecologiche, la lotta allo spreco alimentare, il riutilizzo di materiali di scarto e l’uso di energie sostenibili. I valori di autenticità e trasparenza investiranno un po’ tutti tra chef, blogger, ristoranti, marchi e ogni tipo di attività legata al cibo.

Una novità che personalmente apprezzo moltissimo, sarà quella di promuovere il consumo di frutta e verdura brutte (ugly food), ovvero tutti quei prodotti esteticamente imperfetti ma ottimi dal punto di vista nutrizionale che di solito non vengono messi in vendita. Intelligenza ecologica 1 – spreco alimentare 0.

Meat free e opzioni vegane

Le catene di ristoranti di polli da batteria cotti allo spiedo, le steakhouse da famiglie e i fast food con burger a tre piani a soli 2 euro, non spariranno magicamente dal pianeta ma diciamo che saranno trendy come le scarpe ortopediche della sanitaria. Per carità, comode e funzionali, ma pur sempre un pugno in un occhio.

Sentiremo molto parlare di alternative alla carne di ogni tipo: non tramonteranno i sostituti vegetali ormai d’uso comune come seitan e tofu ma debutteranno anche snack di finta carne (a base di jack fruit per esempio) e la futuristica carne prodotta in laboratorio (heme).

Prodotti di origine animale di tendenza per il 2019? Pochi, ma ci sono: carne di capra, coda vaccina e tagli di carne insoliti (creste, animelle, zampe… sempre in linea con la filosofia zero waste). Cattive notizie invece per chi aveva puntato tutto su halloumi, uova biologiche e salmone.

Infine, permettetemi una parentesi terminologica: da oltre oceano, arriveranno alcuni simpatici neologismi da segnare nel taccuino, tra cui segnalo peganism, una nuova dieta di tendenza che combina paleo e veganismo.

Dolci meno dolci e più naturali

Lo zucchero bianco e compagnia bella hanno fatto il loro tempo, ce ne siamo accorti tutti. La sua sostituzione ha portato a un’esplosione di fantasia culinaria e riscoperta di alternative aromaticamente interessanti, non solo prettamente salutari. Malti, sciroppi, melasse, stevia, datteri e fichi secchi come se piovesse.

Andranno molto i dessert ghiacciati preparati con ingredienti insoliti come avocado, acqua di cocco, tahina, clorofilla e le coloratissime smoothie bowls che possiamo già ampiamente ammirare nei profili Instagram oltreoceano.

Cibi etnici e nuovi orizzonti del gusto

Anche se qui in Italia il sushi continua ad essere il cibo etnico più amato, sono felice di annunciarvi che le nuove tendenze gastronomiche del 2019 apriranno i confini del gusto e sposteranno un po’ più in là la nostra conoscenza delle cucine del mondo.

Tra le spezie, troneggiano le spezie mediorientali (cumino, cannella, cardamomo…) ma sentiremo parlare, e spero per tutti assaggeremo, il maneesh, il tipico flatbread con erbe e semi di sesamo.

Un occhio particolare a tutte le cucine etniche provenienti dall’anello del Pacifico. Potremmo ritrovarci sempre più spesso di fronte a piatti nuovi ed esotici, provenienti da Vietnam, Birmania e Thailandia.

Mode e tendenze del cibo: come possono essere utili al food writer?

Ma come possono essere utili tutte queste previsioni di mode e tendenze alimentari a chi per lavoro o per passione scrive contenuti che parlano di cibo?

Surfando nel web in cerca dei cibi più modaioli e cercati possiamo trovare davvero di tutto, quindi è bene focalizzarci su ciò che è veramente utile per noi. Per esempio, consultare la lista di Whole Foods sulle tendenze e novità alimentari per il 2019, può darci l’idea di cosa proporrà il mercato e quali prodotti andranno di moda sugli scaffali.

Essere a conoscenza delle nuove mode è fondamentale, ci fa stare al passo con i tempi e rifocilla la nostra enciclopedia di conoscenze. Altrettanto fondamentale è sfruttare al meglio queste informazioni: come?

Ho giusto tre consigli, pochi ma buoni.

Come il cliente, il target ha sempre ragione.

Il food writer può essere un giornalista, un blogger, un recensore di libri di cucina, un critico, uno scrittore. Ognuna di queste figure si dirige a un lettore diverso, con esigenze/età/sesso/predilezioni specifiche. Fate tesoro dei nuovi trend ma non sentitevi obbligati a creare contenuti forzati pur di spuntare le voci della lista.

La precedenza va data a chi legge e alla qualità dei contenuti.

L’importanza del contesto culturale

Non dimentichiamo che tutte (o quasi tutte) le previsioni sui food trend vengono svolte al di fuori dal mercato e dal contesto culturale italiano. Chi lavora come food writer in Italia, potrebbe informarsi sulle nuove mode, anche solamente osservando cosa propongono ristoranti, siti di cucina, programmi tv, case editrici etc. inglesi e americane.

E’ vero, siamo un popolo esterofilo, ma esperienza insegna che non tutto quello che è andato di moda l’anno scorso negli Stati Uniti, sarà prossimamente in voga anche in Italia. Il contesto culturale quindi è molto importante, esserne consapevoli per direzionare le proprie energie creative e la propria comunicazione lo è ancora di più.

Creare contenuti coerenti

Se la direzione è quella della sostenibilità e dell’autenticità dei prodotti e di chi li produce, credo che anche il food writer, se già non lo fa o non lo fa con costanza, potrebbe allinearsi con questi principi. Creare contenuti onesti, alimentati da passione, che vadano a coinvolgere chi legge in modo attivo e costruttivo. Mi sembra un buono spunto da cui partire quando si comunica con le parole e si racconta una delle cose più belle del mondo: il cibo.